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‘La donna alla finestra’ sul cortile che vorrebbe rifare Hitchcock, e invece è una boiata

Come fare a pezzi un bestseller e sprecare un cast di Serie A (Amy Adams, Julianne Moore, Gary Oldman e molti altri). E confezionare un thriller che non va da nessuna parte

Amy Adams in ‘La donna alla finestra’ di Joe Wright

Foto: Melinda Sue Gordon/Netflix

Il materiale di partenza è un bestseller. Il cast è di Serie A. Il regista è inglese e acclamato, il direttore della fotografia francese e fenomenale, lo sceneggiatore è un drammaturgo premio Pulitzer. Sulla carta non c’era ragione per pensare che La donna alla finestra, l’attesissimo e rimandatissimo adattamento della “lettura da ombrellone” firmata A.J. Finn del 2018, non potesse essere quel tipo di film che avrebbe entusiasmato chiunque, che lo si fosse visto nelle sale o su Netflix, su un aereo o su un treno, o in qualsiasi altro posto. Il che significa che – se si decide di guardare questa sfortunatissima trasposizione attraverso la lente distorta di un calice da vino – tecnicamente ci sono due misteri da risolvere: la vicina barricata in casa è davvero la testimone di un omicidio o ha solo perso la testa? E il secondo, ancora più difficile da sbrogliare: com’è stato possibile trarre un film così brutto da quel libro?

L’eroina di questo pasticcio in salsa hitchcockiana, Anna Fox, è una psicologa infantile. Ed è anche agorafobica, il che vuol dire che non esce mai dalla sua disordinatissima e incredibilmente vasta casa di Harlem. (Aggiungete 50 punti di immedesimazione – anche noi siamo stati chiusi in casa per troppo tempo e siamo diventati matti! – e poi togliete gli stessi 50 per invidia immobiliare.) Anna è sposata e ha una figlia di otto anni, ma la sua famiglia non vive con lei. Lei e il marito sono separati, ci fa sapere la protagonista, ma si parlano tutti i giorni.

Visto che è interpretata da Amy Adams, Anna ottiene immediatamente la nostra compassione, anche se si capisce da subito che in lei c’è qualcosa di fortemente instabile. Attrice che sa essere leggerissima (Come d’incanto), dark (Sharp Objects) e qualsiasi altra cosa nel mezzo (scegliete la vostra performance preferita, noi siamo indecisi tra Junebug e Arrival), Adams ha un talento prodigioso nel passare per la più tipica donna della porta accanto in tutti i suoi ruoli. Anche nei personaggi apparentemente più lontani da tutto questo – pensate alla truffatrice sexy-glam di American Hustle – c’è sempre in lei una sorta di “normalità” capace di connetterla al pubblico. Ti piace guardarla anche quando il personaggio che interpreta si comporta di merda, o quando cerca di risollevare un film che non rende giustizia alla sua bravura. Fin dall’inizio – dal momento in cui una riluttantissima Adams si alza dal letto nella prima scena del film – sei interessato a seguire il destino di questa donna scombinata e piena di difetti. Vederla interpretare Anna Fox ti ricorda quella massima dell’industria del cinema per cui dirigere è per il 90 per cento scegliere il giusto cast. Bene, vi abbiamo dato l’unica buona notizia su questo film.

Anna è a sua volta in terapia da un analista (Tracy Letts, che è anche l’autore della sceneggiatura), che tutte le settimane cerca di convincerla a uscire di casa. Ogni tanto parla col suo affittuario (Wyatt Russell), che vive nel seminterrato. Per il resto, passa le sue giornate mescolando pastiglie e vino, trascinandosi per casa in uno stato di trance farmacologica e guardando vecchi film. Sì, Anna ovviamente adora La finestra sul cortile: il suo passatempo preferito, del resto, è il voyeurismo. Nella fattispecie, le piace spiare i suoi vicini, che vanno da un gruppo religioso a un trombettista. Non c’è una Miss Lonelyhearts da osservare, ma ci sono dei nuovi inquilini, i Russell, che si sono appena trasferiti nella casa di fronte alla sua. Alistair Russell (Gary Oldman) era un pezzo grosso del Foro di Boston, e ha un’aria che mette i brividi. Suo figlio Ethan (Fred Hechinger, visto in Eighth Grade – Terza media) è un ragazzo socialmente difficile a cui sembra del tutto estraneo il concetto di privacy: ma quando piomba in casa di Anna per consegnarle un regalo da parte di sua madre, la psicologa infantile si fa subito commuovere. Soprattutto perché quell’adolescente sembra confermare che le cose, a casa sua, sono piuttosto complicate.

E la signora Russell? Facciamo la sua conoscenza quando si presenta una sera a casa di Anna e l’aiuta a tirarsi su di morale. È affabile, sfrontata, alla buona, un po’ impicciona, facile alla bottiglia: «Odierei dover stare chiusa in una casa così brutta», dice quando viene a sapere che Anna è agorafobica. Jane è una donna complicata, dunque la specialità di Julianne Moore: tornate a leggere quella massima sui vantaggi di un buon casting. Le due legano sul fatto di essere madri, e sul trovarsi entrambe in circostanze piuttosto difficili. Jane è la cosa più vicina a un’amica che Anna abbia avuto da un sacco di tempo, ed è per questo che si allarma quando, poco dopo, sente quello che pare a tutti gli effetti il grido di una donna. Un grido che potrebbe arrivare proprio dalla casa dei Russell. Un giorno più tardi, Anna vede Jane litigare con qualcuno nell’appartamento dall’altra parte della strada. E venire pugnalata a morte.

Quando la polizia, chiamata dalla donna, si presenta nella sua casa, Anna accusa il signor Russell di aver ucciso sua moglie. Questa cosa è assurda, dice lui davanti a tutti i presenti. Lei non ha mai incontrato mia moglie. Al che la signora Russell fa il suo ingresso in scena e – dal momento che non è più Julianne Moore, ma Jennifer Jason Leigh – non abbiamo idea di chi ha incontrato questa narratrice così poco affidabile, di quel che ha visto o non ha visto, di cosa è reale e cosa, invece, è solo frutto di un’immaginazione profondamente disturbata.

Se siete tra i tanti lettori che hanno divorato il romanzo di Finn, sapete che cosa succederà. Se non l’avete letto, potreste pensare che si tratti della solita storia di manipolazione, un’altra parabola di donna sull’orlo di una crisi di nervi – o di qualcosa di ancora più sinistro – però confezionata nello stile della Donna che visse due volte. Svelare qualsiasi altro dettaglio sulla trama, a questo punto, è come giocare a campana su un terreno minato. Possiamo solo dire che fanno la loro entrata in scena anche Anthony Mackie e Brian Tyree Henry, pure loro sottoutilizzati al pari di Oldman e Leigh; che questa visione non certo edificante della maternità sarebbe una sottotrama interessante che invece non viene mai approfondita; e che vi troverete di fronte a un labirinto di colpi di scena che manco all’Overlook Hotel, e di fronte al quale l’unica cosa da fare è sospendere l’incredulità.

Julianne Moore è Jane Russell. Foto: Netflix

Vi servirà anche una buona dose di Xamamina, vista la quantità di inquadrature in stile tela fiamminga che Joe Wright piazza ogni cinque secondi, forse per spezzare la monotonia dell’unità di luogo. L’autore britannico ha sempre dimostrato la capacità di prendere testi letterari e trasformarli in film interessanti, trovando un modo sempre originale di tradurre la pagina scritta in suono e visione; perfino il suo adattamento quasi sperimentale di Anna Karenina rendeva giustizia a Tolstoj: si riconosceva il capolavoro originale anche sotto tutto quel décor meta-teatrale. Wright, inoltre, non ha paura di lasciarsi andare a una narrazione sempre molto stilosa: è pur sempre l’autore che in Espiazione ha piazzato cinque minuti di riprese in Steadicam per raccontare l’attacco di Dunkirk, dimostrando che c’è una linea molto sottile tra virtuosismo e autocompiacimento.

Con La donna alla finestra, si lascia andare a vere e proprie impennate: dal rosso fiammeggiante esibito in molte inquadrature all’automobile innevata letteralmente trasportata dentro il salotto in una sequenza onirica, fino a un paio di ingegnose e moderne variazioni sul classico tema dello split-screen. Ma il suo stile qui è più che altro uno scopiazzamento di Hitchcock, a fronte di un copione che sembra invece una mera sequela di pagine bianche. (Nonostante ciò, applausi al direttore della fotografia Bruno Delbonnel, che riesce a far percepire un che di minaccioso in ogni angolo più scuro dell’immagine, e Danny Elfman, per la sua colonna sonora in stile Bernard Herrmann.) Quando non sa cosa fare, Wright butta lì l’omaggio a un vecchio film o, ancora meglio, la vera e propria scena di un vecchio film: dallo stesso La finestra sul cortile a Vertigine di Otto Preminger, passando per Io ti salverò e La fuga con la coppia Bogart-Bacall. Sono tutti vecchi thriller con personaggi femminili in pericolo, identità multiple o scambiate, traumi e conseguenti derive psichiche; tutto ciò che ritroviamo nel racconto della Donna alla finestra. La sua incapacità di dare vita a questo impianto narrativo così pasticciato, o anche solo di mantenere la tensione per più di poche scene, rende al film impossibile anche solo l’idea di essere annoverato tra quegli illustri “colleghi”. E finisci per chiederti perché tutti questi talenti siano stati sprecati così miseramente. E a dirti che devi un sacco di scuse a Brian De Palma, per tutte le volte che l’hai ingiustamente insultato.

Da Rolling Stone USA