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‘La direttrice’ Sandra Oh a lezione di contemporaneità

Ovvero: alle prese con i temi che animano il dibattito di oggi, tra rappresentazione, rottamazione e ‘cancel culture’. Ma, a dispetto di una sceneggiatura intelligente e di un super cast, la nuova serie Netflix non centra tutti gli obiettivi

Sandra Oh e, sullo sfondo, Nana Mensah e Holland Taylor in ‘La direttrice’

Foto: Netflix

Ju-Ju, la piccola figlia di Ji-Yoon Kim, ha una domanda importante: perché sua madre, che dirige la facoltà di Lettere in una prestigiosa università del New England, usa il titolo di “Dottoressa”? Ji-Yoon prova a spiegarle che il suo amore per la letteratura l’ha condotta fino a un dottorato e a una carriera accademica, ma Ju-Ju taglia corto e chiede di nuovo: «Ma perché sei una dottoressa? Tu non aiuti nessuno». Ji-Yoon (Sandra Oh) in quel momento resta senza parole, anche se passa la maggior parte della Direttrice, la nuova serie comedy di Netflix, dibattendo sul fatto che il suo dipartimento aiuta eccome. Anche se il mondo è in fiamme, dice spesso, imparare a ragionare criticamente e a trovare un significato più profondo nel modo in cui comunichiamo rimane un valore imprescindibile. Non colpevolizzerà mai uno studente che le domanda: «Perché devo analizzare questo sonetto quando ci sono così tante cose per cui allarmarsi?».

Creata dall’attrice e autrice Amanda Peet insieme ad Annie Julia Wyman, La direttrice fa i conti con queste domande per tutti e sei gli episodi della sua prima stagione. Ji-Yoon inizia il suo nuovo incarico nell’immaginaria università di Pembroke con un avvertimento da parte del suo rettore, Paul Larson (David Morse): le iscrizioni a Lettere sono in calo, l’unico modo per far sopravvivere la facoltà è disfarsi dei vecchi professori come Joan Hambling (Holland Taylor), specialista in Chaucer, e il testardo Elliot Rentz (Bob Balaban). Non solo: Ji-Yoon sta facendo il possibile per far diventare docente di ruolo la lanciatissima Yaz McKay (Nana Mensah) – proprio come lei, una delle poche donne non caucasiche a Pembroke – mentre il suo migliore amico, Bill Dobbs (Jay Duplass), finisce nei guai quando, prendendo in giro il saluto nazista durante una lezione sul fascismo, diventa virale per quel gesto scambiato per filo-hitleriano. «Non mi sembra di aver preso in mano una facoltà di Lettere», si lamenta Ji-Yoon a un certo punto. «Mi pare che qualcuno mi abbia messo in mano una bomba a orologeria, in modo da essere sicuro che sarà proprio una donna a reggerla quando esploderà».

Peet e Wyman mettono parecchia carne al fuoco, e per questo La direttrice è, dal punto di vista dei temi sul tavolo, una delle serie più ambiziose della stagione. Ma vogliono anche destreggiarsi fin troppo tra un argomento e l’altro, spesso perdendo per strada i personaggi e i loro quesiti, che poi sono gli stessi delle due showrunner. Al di là di un cast notevole, La direttrice resta spesso vittima di un altro interrogativo: «Perché occuparsi di questi temi proprio adesso?». Interrogativo a cui Ji-Yoon non sa sempre rispondere in modo convincente. Non è difficile immaginare una versione alternativa di questa stessa serie, realizzata però qualche anno fa: allora Bill – un neovedovo con una vita disastrosa che si salva solo grazie ai romanzi di successo pubblicati all’inizio della carriera – sarebbe stato il personaggio principale, nonché la vittima conclamata di un’ingiusta campagna di “cancel culture”.

Qui, invece, è del tutto secondario rispetto a Ji-Yoon (e spesso anche un ostacolo nel mantenimento della sua carica), ma la serie parteggia comunque per lui. Non c’è nessuna ambiguità nel suo saluto nazista, o nella reazione del corpo studentesco: il suo è solo un gesto estrapolato dal contesto in cui è stato esibito, e i ragazzi che lo contestano sono rappresentati solo come dei meri pecoroni alla maniera di Larson, il quale a sua volta chiede a Ji-Yoon di assegnare l’annuale corso speciale della facoltà a un famoso attore (*). La serie usa anche Duplass come protagonista di una serie di sketch comici – vedi quelli che riguardano automobili e simili – con esiti contrastanti. Il registro comico funziona di più quando si attiene alla stretta narrazione: vedi la magnifica Holland Taylor quando difende strenuamente il “suo” Chaucer (**) o quando racconta dei favori sessuali che ha elargito ai predecessori maschi di Ji-Yoon.

(*) Non spoilereremo il nome dell’attore coinvolto, vi daremo solo tre indizi: 1) ha davvero avuto una borsa di studio in Lettere prima di iniziare la sua carriera d’attore; 2) in passato ha lavorato con Amanda Peet; 3) questa è (almeno) la terza volta in cui si prende splendidamente in giro in una serie.
(**) La difesa comprende tutto l’umorismo scatologico presente nei Racconti di Canterbury, il che si confà benissimo a una serie che, qua e là, non si esime dal piazzare gag sulle scoregge.

Ji-Yoon è chiaramente la protagonista di questa storia, ma la trama non verte tanto su di lei come persona, bensì come semplice simbolo di tutto ciò che c’è di sbagliato nel mondo accademico, e di tutto ciò che potrebbe andare meglio se tutti imparassero ad ascoltare. Ha un rapporto molto teso con la figlia adottiva Ju-Ju (Everly Carganilla), che terrorizza le babysitter e spesso sottolinea il fatto che Ji-Yoon non è la sua vera madre; ma i momenti che rendono queste dinamiche interessanti dipendono più dal carisma di Sandra Oh che dal materiale che le viene fornito. Sembra quasi che si glissi sempre sui passaggi fondamentali nell’arco psicologico del suo personaggio: sia quelli nella relazione con Bill sia quelli che riguardano il rapporto con gli studenti.

Ji-Yoon ci viene semplicemente presentata come un’eroina senza difetti, ma fin dall’inizio noi stessi ci chiediamo se sia davvero in grado di sostenere quel ruolo come si prefigge di fare. Allo stesso modo, La direttrice non mette sempre a segno tutti i suoi obiettivi, anche se i talenti messi in campo rendono la visione sempre interessante.

Da Rolling Stone USA

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