I Hate My Village, la recensione del nuovo album | Rolling Stone Italia
Recensioni

La danza tribale degli I Hate My Village

Un supergruppo che dai Verdena porta agli Afterhours suona l'Africa con le chitarre distorte e la promessa di farvi ballare

I Hate My Village by Ilaria Magliocchetti Lombi

I Hate My Village by Ilaria Magliocchetti Lombi

In tempi di #10yearschallange non ho potuto fare a meno di pensare quali fossero i dischi più belli usciti dieci anni fa e, sarà per colpa della mia memoria corta, ma non mi è venuto in mente niente di veramente significativo. Tante piccole belle cose, ma niente di epocale e unilaterale.

Ora, ammesso e non concesso che i famigerati “dischi più attesi dell’anno” debbano diventare automaticamente i “dischi più belli dell’anno”, c’è da dire che I hate my village è sicuramente uno dei dischi più attesi di questo 2019, ma non sarà di certo uno dei più memorabili. Questo non perché non sia un gran bel disco (lo è eccome), ma perché dobbiamo imparare tutti a misurare le parole e a dare la giusta dimensione alle cose. Per fortuna i primi a farlo sono proprio gli I hate my village, un super gruppo di gente che sa il fatto suo e non a caso è consapevole del tempo e della dimensione in cui viviamo.

È proprio questa la forza e l’importanza di questo progetto, che non si prende sul serio più dello stretto necessario e si presenta con la sola pretesa di suonare ed esistere nel presente, senza inutile enfasi, anche perché se non ve ne foste accorti: non c’è un cazzo da ridere. Al massimo c’è da alienarsi cercando di farsela prendere bene e in questo riescono benissimo tracce come Fame – voce e chitarra che si rincorrono in un unico riff denso e massaggiante – oppure Bahum, stavolta strumentale, ma con la stessa funzione di intermezzo fra il caos e un posto migliore.

Poi c’è anche il caos però, che è quello che fa ben sperare soprattutto per la versione live: si ballerà di sicuro con Tramp (un altro gioco di parole con gli errori di pronuncia, oltre a “I ate my village” di chiusura), forse il pezzo più bello del disco, di sicuro la migliore sintesi tra le influenze di Calibro 35 e BSBE in salsa Africa, che è un aspetto che fa solo da sfondo qua e là – parecchio in Presentiment, senza citazioni esplicite o tentativi inutili di fare un disco di musica africana nel senso stretto del termine «non siamo africani e sarebbe impossibile fare un disco così» precisano gli I hate my village. È solo un saluto, un segnale di fumo, una mano tesa, per quando fra dieci anni ci ricorderemo di quanto eravamo stronzi.

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