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King Princess va dove la portano le emozioni

‘Hold On Baby’ è un viaggio sulle montagne russe della vita e delle relazioni. La cantautrice americana cerca di dare un senso ai tumulti interiori: il pop come appiglio per non farsi spazzare via

King Princess

Foto: Collier Schorr

S’è cominciato a parlare di King Princess alla fine degli anni ’10 per via di 1950, una ballata malinconica che parlava di desiderio non corrisposto usando l’immaginario dei film d’epoca. Da allora i testi colloquiali di Mikaela Mullaney Straus, il suo timbro roco e la sua onestà disarmante ne hanno fatto una delle voci più influenti del queer pop della Gen Z.

Nel secondo album Hold On Baby Straus fa i conti con quel gran casino che è il 2022, affrontando i cambiamenti brutali e gli arresti inattesi della nostra epoca. Lo fa col suo sguardo acuto, che diventa ancora più penetrante quando l’artista lo rivolge dentro di sé. Prendete il pezzo che apre il disco e che s’intitola I Hate Myself, I Want to Party. All’inizio sembra un’altra 1950, ma è decisamente più sinistra per via dei riferimenti alla depressione e della produzione scarna. A un certo punto, gli argini cedono e Straus canta “non voglio vivere così” in un vortice di chitarre.

Il tono di Hold On Baby è questo qui. I tentativi di Straus di affrontare lo schifo del mondo sono bilanciati da passaggi di pura bellezza, nella musica e nei testi. Le melodie di King Princess sono potenti e sostenute da una produzione attenta ai dettagli che esalta ansie e complessità. Archi gelidi e un sassofono soft rock emergono dalla batteria pesante di Crowbar, perfetta base per la ricerca di quella che Straus chiama “un’ancora di salvezza personale” in un tempo tumultuoso, mentre le chitarre di Change the Locks alimentano la disperazione espressa nel ritornello incendiario. L’interludio che dà il titolo all’album permette a King Princess di fare il punto della situazione a metà strada tra synth scintillanti: “Comprenderò il mio dolore”, afferma con voce profonda e decisa.

Hold On Baby si chiude con Let Us Die, che usa con grande effetto la dinamica versi-vuoti-ritornelli-pieni con l’aggiunta di un interludio parlato che ne accentua il tono drammatico. È un modo perfetto per trattare il tema dell’amore come annientamento reciproco (l’elenco di King Princess dei modi in cui si può uscire assieme comprende: volare con l’auto giù da una scogliera; infilare le dita nella presa della corrente; incendiare un letto). Accompagnata dalla batteria suonata da Taylor Hawkins, Straus ripete il mantra della canzone, “se l’unico modo di amarti è lasciarci morire”, finché arriva un’esplosione di feedback, l’equivalente musicale del finale sospeso di un film. Ed è perfetto per un album basato sull’idea che l’analisi dei sentimenti ci permetta di capire (e di accettare) i luoghi dove ci conducono le nostre emozioni.

Tradotto da Rolling Stone US.

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