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Kanye West – The Life of Pablo

Leggi la recensione del nuovo disco di Kanye su RollingStone.it
4.5 / 5

Il mondo è stato distratto dal processo creativo di Kanye West – ma, come ha dimostrato in The Life of Pablo, la distrazione è il suo processo creativo. È un album incasinato che sembra sia stato fatto apposta in questo modo, dopo l’intensità al laser di Yeezus. È un’opera iper lavorata che sperava di essere un mixtape, che tenta accuratamente di dare l’impressione di un casino in continuo cambiamento, e tutto perché è stato creato da un artista che si sente un casino e se ne frega di nasconderlo. “My psychiatrist got kids that I inspired” è la frase più brillante dell’album: Ye non può nemmeno andare dallo psichiatra senza sentire le leccate di culo su quanto sia grande, quindi si è rinchiuso in studio. E il tipo sa che ha parecchi problemi su cui lavorare.

Pablo è un album su cui ha continuato a lavorare, anche dopo averlo fatto debuttare ufficialmente al Madison Square Garden – nella traccia più sbalorditiva, 30 Hours, Ye si congratula con se stesso su quanto sia andata bene la premiere del Garden. È studiato per suonare come un continuo work in progress. Ultralight Beam ha un tema gospel, con Kirk Franklin, Kelly Price, The-Dream e Chance the Rapper. Ma West difficilmente sta nello stesso mood per troppo tempo. Mette dentro Rihanna per cantare un hook di Nina Simone, poi duetta con Chris Brown poche tracce dopo. Per No More Parties in LA mette Kendrick Lamar, Johnny “Guitar” Watson e Larry Graham nella stessa canzone. Gli ospiti di alto profilo interpretano la parte della coscienza malata di Yeezy, che sia the Weeknd nella slow jam FML o Young Thug in Highlights.


In tutto l’album, West si nasconde dietro la sua maschera da stronzo, ogni volta che ha paura che si stia esponendo troppo nei pezzi più emozionali. Vuole che il mondo lo veda così perché è terrorizzato dal fatto che possa sembrare un marito ansioso (FML), un figlio con i sensi di colpa (Wolves), un ipocrita manipolatore (Real Friends) un padre distante (Father Stretch My Hands, Pt. 2) e tutte le altre cose che ha paura di essere. 30 Hours parla di una relazione a distanza fallita, su un groove art-funk di Arthur Russell, con Andre 3000 che si unisce in armonia. Ma suona come se West stesse piangendo per la lunga relazione tra Kanye e Kanye. Quando dice, “You was the best of all time at the time though/Yeah, but you wasn’t mine though”, sta parlando alla sua immagine nello specchio. Ecco perché il freestyle di I Love Kanye colpisce nel segno, soprattutto nella punch line “I love you like Kanye loves Kanye” – Kanye sa che frega sempre le persone a cui vuole bene. Anche quello che ama di più, se stesso.

West è un genio che si preoccupa del fatto che il mondo lo apprezzi per essere un clown (anche San Paolo si sentiva allo stesso modo). Quando si mette il suo cappello da clown nell’album, come nella battuta misogina di Famous, è imbarazzante – punta a ottenere delle risate di basso livello, che non arrivano comunque (quando si vanta delle sue buffonate durante cerimonie che nessun altro ricorda, suona come l’amico scemo delle superiori che pensa che il party dello spring-break sia stato il punto più alto della sua vita). Ma anche quella è parte di quello che West cerca di dipingere su Pablo – un uomo adulto, oltreché un pioniere artistico, che si interroga sul motivo per cui debba interpretare ancora la figura di un “38-year-old 8-year-old with rich nigga problems” (come dice in No More Parties in LA). Pablo non punta a essere grandioso musicalmente o emozionalmente, come è successo con Bound 2 o Runaway o Hey Mama. Kanye West lancia piccoli pezzi della sua psiche in tutto l’album e ti sfida a rimetterli insieme.

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