Dirty Computer - Janelle Monáe
Recensioni

Dirty Computer
Janelle Monáe

Ho incontrato per la prima volta Janelle Monáe per merito di un gruppo indie (dimenticatissimo), i Chester French: nel 2009 concesse loro un featuring molto buffo per una canzone intitolata Nerd Girl. Il protagonista lamenta la tendenza a invaghirsi di ragazze superficiali, finché la freccia di Cupido non atterra sul bersaglio giusto: “Mi hai mostrato un sentiero diverso / ora ti leggo Dostoevskij / e tu mi aiuti con la matematica”. E sul finale, entra in scena lei: “Ciao / piacere di conoscerti / sono Janelle Monáe / indosso abiti maschili e papillon / Qualcuno mi considera stramba / la maggior parte dei ragazzi non m’interessa / ma tu mi intrighi. Sono la tua ragazza nerd / Scrivo racconti di fantascienza / e ora voglio scoparti”.

Lì per lì sembrava uno scherzo, ma c’era un fondo di verità: l’artista di Kansas City è una vera dandy patita di fantascienza. Lo dimostra l’Ep di debutto ispirato a uno dei primi capolavori del genere – Metropolis di Fritz Lang – e soprattutto l’album di esordio The ArchAndroid, nel quale proseguono le vicende del suo alter ego – Cindi Mayweather – che arriva dal futuro per salvarci da una minacciosa società segreta.

Esordio straordinario in cui mette soul, rock psichedelico, elettronica, canzone di Broadway al servizio di un disco R&B tra i più elaborati e, al tempo stesso, irresistibili dell’intero decennio. Nel 2013 torna con The Electric Lady, dove si respira di nuovo l’aria freschissima delle grandi vette dell’ingegno in tracce che accolgono ospitate di Erykah Badu, Solange, Miguel e Prince.

E fino a oggi il silenzio? Niente affatto: nel 2015 annuncia che la sua etichetta indipendente – Wondaland Records – avrebbe stretto un accordo con il colosso Epic Records; compone il brano Hell You Talmbout che punta il dito sull’accanimento della polizia contro la comunità nera e inizia a lavorare come attrice, in Moonlight, Oscar come miglior film, e in Il diritto di contare, storia vera di un gruppo di scienziate di colore assunte alla NASA per lavorare al programma spaziale statunitense.

Nel 2017 inizia a lavorare a questo nuovo Dirty Computer, che già dal nome lascia intuire l’influenza principale: una contrazione di Dirty Mind e Computer Blue di Prince che, infatti, sarebbe dovuto essere tra i collaboratori. L’album è stato presentato con un trailer cinematografico prima della proiezione di Black Panther e da Prince prende, oltre a qualche accordo di synth e chitarre che conservano l’eco di Kiss, soprattutto una lezione intangibile: l’autocontrollo.

La differenza sostanziale con i precedenti è che l’originalità della ragazza si nasconde sotto una superficie apparentemente “normalizzata”, svelandosi in piccoli dettagli che non ti aspetti, negli arrangiamenti o nella scelta di una determinata palette sonora. Dalla canzone da festa, al rap rabbioso, alla ballata seducente, non vuole dirci tutto subito: preferisce che il disco ti si attacchi addosso grazie all’immediatezza del songwriting e poi penetri con le sue accortezze, i rivoli geniali, l’attenzione ossessiva ai dettagli. Janelle dimostra di nuovo di essere un’artista di talento oceanico con pochi pari all’orizzonte nel suo genere (o non-genere).

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