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James Blake ha assunto finalmente la sua vera forma

Dopo anni di nomadismo artistico, fra dischi techno, cantautoriali o soul, col nuovo "Assume Form" il produttore inglese ha acquistato una solidità tangibile. Quella che lo porterà davvero lontano.

Che cos’hanno in comune i Radiohead e Kendrick Lamar? Domanda infame, una di quelle che ti fanno inarcare le sopracciglia. Sorvolando sulle risposte paracule, quelle ovvie tipo “eh, sono musicisti” oppure “sono entrambi i migliori in quello che fanno”, una buona risposta potrebbe essere questa: spesso e volentieri, ad aprire i loro concerti è paradossalmente la stessa persona. James Blake.

Dico paradossalmente perché, se le sopracciglia si inarcano su una domanda del genere, è perché uno pensa immediatamente all’oceano di differenze che separa una band alt rock inglese come i Radiohead da un rapper californiano come Lamar. Non di certo alle cose in comune. Eppure è anche per questo che Blake è a tutti gli effetti uno dei fenomeni più anomali della musica degli ultimi, toh, 10 anni—giusto per fare cifra tonda e partecipare anche noi allo stramaledettissimo #10yearschallenge che ci sta inquinando i feed.

James Blake è un trentunenne con una formazione classica da pianista ma il pallino per il soul. O meglio, per quella vena struggente e malinconica che parte dal gospel, passa per il blues, arriva al soul e RnB ma rimane rigorosamente nera. In tutto questo, però, dobbiamo metterci anche il fatto di essere cresciuto nei club londinesi, nella dilagante febbre dubstep di Burial e della nascente Hyperdub di Kode9. Il risultato, detto fra noi, è una sensibilità davvero spaventosa ma al contempo un tremendo senso di smarrimento artistico. Giustamente.

Così come Aphex Twin molti anni prima, James affida i suoi primi EP a R&S, storico punto cardine belga della techno europea. Dub rarefatto, infestato di voci spettrali e malinconiche come un disco di—rieccolo—Burial. Poi, gradualmente, James sente di doversi elevare avvicinandosi in qualche modo alla dimensione cantautoriale e un primo album, James Blake, che già dal nome suona come un disperato tentativo di certezze in un momento di totale incertezza d’identità.

A un certo punto, parallelamente alla vita da performer, James decide di mettersi alla prova anche oltreoceano, prestando le sue preziosi doti di producer a un mondo che lo affascina non poco: il grande circo del rap. E, manco a dirlo, risultati non tardano molto ad arrivare: tra il 2012 e l’anno scorso, la sua strada si incrocia almeno una volta con quella di Kanye West, Drake, Beyoncé, Jay Z, Frank Ocean, Jay Rock, Kendrick Lamar o Travis Scott. Ed è proprio in questi ultimi anni con il naso all’interno dello scrigno dorato dell’empireo musicale mondiale che finalmente il giovane Blake prende coraggio (e pure coscienza) per dare finalmente un volto a oltre 15 anni di nomadismo artistico.

Una volta Mark Fisher, per quanto mi riguarda uno dei più grandi pensatori dell’epoca moderna nonché critico musicale a tempo perso, ha scritto che “ascoltare i dischi di Blake in ordine cronologico è come ascoltare un fantasma mentre assume gradualmente una forma materiale”. Per James deve aver contato parecchio questa citazione importante da parte di una persona importante, soprattutto al momento di scegliere un titolo per il nuovo Assume Form, in uscita il 18 gennaio per Polydor ma già in parte spoilerato da un leak di Amazon Francia che nei giorni scorsi ha mostrato a mezzo mondo tracklist e titolo.

Insomma, James Blake ha assunto finalmente la sua forma, ha trovato una dimensione che possa soddisfare le esigenze insoddisfabili di un artista, cioè un organismo per natura insoddisfabile. Questo non vuol dire che Assume Form è una trapponata becera come la farebbe Meek Mill, e il sontuoso piano ovattato in apertura nella prima Assume Form sta lì subito a escludere la possibilità dopo che negli scorsi giorni la gente aveva cominciato a vociferare basandosi soltanto sulla tracklist. Semmai, il nuovo album di Blake mostra come possano coesistere in perfetta armonia questo e quell’altro secolo, un beat e un quartetto d’archi registrato in presa diretta, il songwriting e l’autotune, la profondità di un testo o di un suono e l’effimero significato che si porta dietro il termine trap. James ora è sicuro, è un essere che ha tratto a proprio favore la fragilità della sua presenza, attraendo nella stessa spirale “presa male” gente che normalmente gioca la parte del bad boy, come nel caso di Travis Scott (Mile High ft. Metro Boomin), o comunque er figo della scuola come André 3000, immenso in Where’s The Catch.

A completare il quadro, quella che potrebbe già prepotentemente essere il pezzo dell’anno, Barefoot In The Park con una Rosalía mezza dea e mezza incarnazione dell’Eros, e poi un incantevole e solitario pezzo finale, Lullaby For My Insomniac, che con le sua risacca di synth adempie a pieno la missione calmante sbandierata nel titolo.

Assume Form non è un disco felice—non sarebbe un disco di James Blake—ma nemmeno solitario e a tratti rassegnato (per quanto bello) come il suo predecessore The Colour In Anything. Questo invece, in un tripudio di sound design che si meriterebbe qualcosa di meglio delle cuffie dell’iPhone, è il disco di una persona che finalmente ha saputo crogiolarsi nel suo spleen e trarne tutta la bellezza che deriva dall’ascoltare una canzone triste. Una bellezza che può portare soltanto a grandi e grossi respiri di aria fresca, pulita, a ventate di ottimismo in un’epoca in cui non se ne vede molto. Quelle cose che solo un bel disco nuovo sa fare, via.

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