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Jack White sul lettino dello psicanalista con la chitarra acustica

‘Entering Heaven Alive’ è il disco “a spina staccata” di un autore che usa le canzoni per fare terapia e che non riesce a essere normale neanche quando fa un disco "tradizionale". Per fortuna

Jack White

Foto: Paige Sara

“Non chiedo null’altro per me, pace significa libertà dalle masse”, canta Jack White in Entering Heaven Alive, il secondo disco che pubblica nel 2022. È una dichiarazione d’intenti niente affatto nuova: negli ultimi venti e passa anni, tanto più dopo lo scioglimento dei White Stripes, White se n’è fregato di restare fedele a un solo brand. Ha continuato a cambiare personaggio, sound, strumenti, tinta dei capelli. È stato Jack il ragazzo del blues, Jack il drugo di Arancia meccanica, Jack il musicista come gli altri che suona in una band, Jack Edward mani di forbice.

I dischi che hanno accompagnato queste incarnazioni sono stati altrettanto vari, a volte in modo persino esasperante. La sua discografia post White Stripes somiglia a un giro al luna park con una guida, White appunto, stramba se non inquietante. Solo pochi mesi fa è uscito Fear of the Dawn, che sembrava una collezione di effetti sonori, con White che di tanto in tanto cantava con accento mediorientale oppure tentava d’imitare Chuck D.

Entering Heaven Alive, il vicino di casa beneducato di Fear of the Dawn, presenta l’ultima e forse inevitabile trasformazione del musicista: Jack a spina staccata. Un po’ come la doppietta di Taylor Swift formata da Folklore ed Evermore, l’album ha colori tenui, la voce è incorniciata da chitarre suonate delicatamente, da violoncelli e altri ornamenti da musica “alta”. Non è la prima volta che White esplora questo terreno, basti pensare alla raccolta Acoustic Recordings 1998-2016, ma qui in più c’è un che di art pop. È facile immaginare White che suona questi pezzi nella serie Unplugged di MTV, che di recente è stata rilanciata, assieme a una band di pochi e raffinati elementi, circondato da candele.

In linea con questo tipo d’atmosfera, le canzoni hanno la qualità confessionale tipica dei cantautori rock di un tempo. Per essere uno che s’è costruito un’aura mistica e distaccata, White sembra disposto questa volta a confrontarsi coi fantasmi del passato e a impegnarsi in quelle che sembrano sedute di terapia in musica. In Please God, Don’t Tell Anyone implora il Signore di non far sapere a suo padre dei suoi peccati, perché “non capirebbe”. In If I Die Tomorrow, in cui pensa alla propria morte prematura, chiede di prendersi cura della madre (“con le molte cose di cui ha bisogno di volta in volta e giorno per giorno”). Altre canzoni tra cui Love Is Selfish sembrano sedute sul lettono dello psicanalista: “Sono su un treno, ma non riesco a riposare / Sono su un treno ma non rimane sulle rotaie”.

L’album è stato registrato l’anno scorso, prima del matrimonio con Oliva Jean delle Black Belles celebrato sul palco. Difficile dire se le canzoni siano ispirate da lei. Di sicuro ci sono pezzi in cui White canta del bisogno d’amore e devozione. In Help Me Along confessa che “viaggerei ai confini del mondo” per la sua amata, metre in Queen of the Bees canta: “Facciamoci in giro fino alla fine della strada / Mettimi la mano in tasca così che i vicini possano vedere”.

Secondo il grande manuale del pop, testi del genere devono essere accompagnati da arrangiamenti super-delicati. Jack White sottoscrive. Entering Heaven Alive è pieno di melodie mosse e fluide che ci ricordano che White sa essere anche un artigiano della canzone quando non riflette troppo sulla propria musica. Pezzi come If I Die Tomorrow e A Tree on Fire From Within sono tra i suoi più interessanti e meno cervellotici degli ultimi anni. Grazie all’utilizzo di vari strumenti unplugged (a volte suonati tutti quanti dall’artista), le canzoni risultano morbide e assieme drammatiche. Pensando a quel che questi stessi pezzi sarebbero diventati in altre mani, qui il fattore cringe resta sotto il livello di guardia.

Il che ci porta al punto centrale di Entering Heaven Alive: fortunatamente per lui (e per noi), White non riesce a essere normale nemmeno quando vorrebbe. A modo suo, il disco è eccentrico e stravagante tanto quanto il resto del repertorio del musicista. All Along the Way inizia in modo morbido per poi trasformarsi nell’equivalente musicale di un giro in una foresta spettrale. Con la sua miscela di chitarra wah-wah, pianoforte lounge e il più leggero dei groove funk, e con la voce che a volte imita il suono delle chitarre, I’ve Got You Surrounded (With My Love) è intima e allo stesso tempo inquietante. La linea di violino discendente che apre Help Me Along sembra introdurre un lamento funebre e invece si trasforma in qualcosa di simile a un brano pop tradizionale o alla sigla di una sitcom d’epoca.

Poi ovviamente White non può fare a meno di esagerare. E così la surreale A Madman from Manhattan è il ritratto di una persona “con l’odio di un uomo e un tappetino di raso” e dell’angelo che “viene da lui e canta”: e sì, è tanto folle quanto sembra. Di tanto in tanto nel disco la voce dell’artista assume il timbro di un elfo spuntato fuori da un libro di Tolkien, e quando succede non sono mai i momenti migliori di White.

In passaggi come questi lo si può quasi sentire trasformarsi nella prossima incarnazione. È sincero o è solo un altro personaggio? È la domanda che aleggia sull’album. Mettiamola così: Entering Heaven Alive lo presenta come una creatura in carne e ossa, che rimugina sul passato e pensa al futuro prima che la luna piena lo trasformi in una strana creatura.

Tradotto da Rolling Stone US.

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