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Jack Harlow vuole diventare il nuovo Drake

Nel debutto ‘Thats What They All Say’, Harlow mette la sua città, Louisville, al centro della narrazione e la usa per riflettere sul suo ruolo di rapper bianco e sul rapporto con la comunità nera

Jack Harlow

Foto: Urban Wyatt

A 16 anni, Jack Harlow sembrava Andy Samberg. In S.A.V., una traccia dal mixtape fatto ai tempi del liceo Finally Handsome, le rime erano autodistruttive e allo stesso tempo ambiziose: “Ho passato le vacanze di primavera scrollando Instagram / tocco due volte foto di ragazze in bikini / sono geloso, ma so che un giorno il mondo si accorgerà di me”.

Sei anni dopo, pochi esseri umani possono vantarsi di avere avuto un 2020 di successo quanto quello di Harlow. Il singolo Whats Poppin è arrivato in cima alla classifica americana e non lascia la Hot 100 da febbraio. Ha tutte le ragioni per celebrarsi e nei primi versi dell’album di debutto Thats What They All Say lo fa mescolando orgoglio e nonchalance: “Sono diventato esattamente quello che volevo, un milionario a 22 anni”. Ne ha fatta di strada.

In Thats What They All Say, Harlow sguazza nel suo nuovo status di celebrità, alza la guardia per non andare fuori di testa e rappresenta Louisville come se la sua vita dipendesse da quello. È mille volte più divertente su Instagram che su disco, ma la sua scrittura è pulita, intelligente e ha cuore. La sua estetica non ha alcunché di locale e la sua musica potrebbe venire da una qualsiasi città americana, il che rende l’attenzione che mette su Louisville la cosa più affascinante del disco. Ha voglia di mint juleps e hot browns, cita il suo posto preferito dove comprare da bere, ospita artisti locali come Bryson Tiller, EST Gee e Static Major. È all’altezza della strofa mostruosa che Lil Baby mette in Face of My City e fa sembrare che girare per locali con la squadra locale di basket sia più figo che andare al Magic City con Lou Williams.

Harlow ha usato il suo XXL Freshman Freestyle per onorare un’istituzione del barbecue della città, David McAtee, che la polizia ha ucciso durante le proteste per George Floyd e Breonna Taylor. In Thats What They All Say, Louisville è usata come chiave di lettura delle frizioni razziali.

“Vengo dal lato bianco, come Hassan”, dice in Route 66. In Baxter Avenue, che cita un’importante arteria stradale locale, riflette sulla relazione con la cricca principalmente nera Private Garden: “Mi sono sempre chiesto se sarei potuto essere il leader di un gruppo di ragazzini neri senza essere nero / Ci sono cose con cui sono cresciuti che capiscono e io non capisco / Differenze nel modo in cui siamo cresciuti, mi fanno sentire fuori posto / per non parlare della distanza tra le nostre case”. Costruirsi una carriera da rapper bianco è come giocare a un videogioco a livello di difficoltà “facile” e lui ne è consapevole.

Harlow potrebbe tranquillamente farsi strada come rapper commerciale, amabile, tranquillo e festaiolo, ma non sembra interessato a diventare il G-Eazy di Louisville. Vuole diventare il Drake di Louisville. E mentre ricorda l’infanzia e celebra il proprio successo, così come nelle storie d’amore vissute in mezzo Paese, l’influenza dello stile diaristico di Aubrey Graham diventa determinante.

In Keep It Light, prodotta da Harry Fraud, spiega alla perfezione la frustrazione provata di fronte ai finti amici e al finto affetto che gli sbattono in faccia. Baxter Ave segue l’impostazione di 9 AM in Dallas di Drake e dei suoi sequel. Ci sono momenti, in Whats Poppin, dove sembra che Drake abbia letteralmente preso il suo posto. Harlow non ha la sua stessa inclinazione per le piccolezze o il suo atteggiamento ossequioso nei confronti degli atleti, né il suo talento vocale, ma ci sono sufficienti somiglianze da sollevare una domanda: Thats What They All Say è il punto d’arrivo di Jack Harlow o l’inizio della sua carriera? Ha messo Louisville sulla cartina geografica del rap. Più resta ancorato alle radici e meglio è.

Questo articolo è stato tradotto da Rolling Stone US

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