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IZI è l’anello mancante fra De Andrè e la trap

E non solo perché è di Genova e perché ha conosciuto tormenti inconcepibili a molti. Semmai, per la profondità poetica e interpretativa di "Aletheia", il disco di ritorno

Siamo nel 2019 e la trap ha onestamente stancato anche i trapper. Quelli più capaci, s’intende. E se è vero che Izi, che cronologicamente è stato uno dei primi scugnizzi in Italia ad avere il merito (o la colpa) di aver usato l’autotune, due anni fa mi aveva confessato che il pop non lo avrebbe mai fatto – «semmai il cantautore» –, allora quel momento è finalmente arrivato.

Ci sono due modi per affrontare la cover di Dolcenera di De Andrè, a mio parere una delle cose più belle che ci sono dentro ad Aletheia, il tormentato ritorno di uno dei più talentuosi rapper che abbiamo in Italia. Il primo è il più semplice: incazzarsi. Perché, oh, De André non si tocca, Perché come osi, perché che bisogno c’era, perché bisogna sciacquarsi la bocca dall’autotune prima di avere a che fare con i mostri sacri della canzone. Oppure c’è l’altro modo.

Oppure si può cercare di capire (per poi scoprirsi ad apprezzare) il gesto di qualcuno nato nel 1995, cresciuto fra Cogoleto e Genova, che a 17 anni ha mollato scuola e casa per inscenare una vita da bohémien. Una scelta che lo ha messo nella condizione forzata di crescere, ma di fare anche tante cazzate, inseguito perennemente dal fantasma del diabete, che più di una volta l’ha trascinato nella nera profondità del coma, “Nera di malasorte che ammazza e passa oltre / Nera come la sfortuna che si fa la tana dove non c’è luna luna”.

Mettici che Genova, Diego, ce l’ha proprio nel DNA, insieme allo spleen che solo chi divide la propria esistenza fra cemento grigio e mare blu minaccioso può capire. Mettici che gli ultimi due anni sono stati funesti per il ragazzo, dilaniato da relazioni personali fallimentari e da un mutismo (letteralmente) che gli sta passando solo ora che Aletheia è venuto alla luce. “Dischiudimento, rivelazione” o più banalmente “verità” sono le traduzioni possibili della parola dal greco. Come se dopo due anni di non-vita, Diego avesse rivelato a tutti ma soprattutto a se stesso il frutto di mesi a casa con la testa dentro scritti filosofici e religiosi.

Ne danno prova il cloud rap de Il Nome della Rosa, il grido d’aiuto in extrabeat di Pace, l’esistenzialismo boom bap di Weekend (dove a una certa impazzisce e comincia a rappare in inglese, con risultati entusiasmanti). Il resto è pur sempre trap, ma fatta con mezzi di cui gli altri colleghi non dispongono: da Speranza in OK all’amico Sfera Ebbasta in 48h. Ma per quanto voglia scrostare una patina di oblio dagli occhi di Diego e pure dai nostri (non avevamo più sue notizie dal 2017), Aletheia è comunque disseminato di enigmi ed easter egg come GTA San Andreas o un capitolo dell’Inferno di Dante: tipo la parola che Izi pronuncia alla fine di alcuni brani, magari a formare un qualche messaggio che i suoi fan venereranno fra 20 anni.

In più, Izi sopperisce finalmente alla piattezza del testo trap medio con una poetica profonda (a volte dai toni epici, ma succede a tutti quando siamo giovani) e soprattutto da una granitica capacità interpretativa, già ampiamente dimostrata quando nel 2016 ha recitato fra i protagonisti di Zeta, film di Cosimo Alemà incentrato sulla scena rap. Se poi ci fossero ancora dubbi sulla sua unicità, Izi in Grande  distrugge il mito del trapper/rapper invincibile, perfino al tempo, per sperare in un futuro sereno: “Conoscevo un ragazzo / Che restava giù al parco ad odiare un po’ tutti / Non si fidava neanche di se stesso / Perché era depresso, un po’ come gli adulti / Pensava a cosa voleva davvero / Anche se non era molto convinto / Pensava e pensava e passava il suo treno / Ma alla fine lo prese, era tutto dipinto.”

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