‘It’s a Sin’ piange la perdita ma celebra soprattutto la vita delle vittime dell’AIDS | Rolling Stone Italia
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‘It’s a Sin’ piange la perdita ma celebra soprattutto la vita delle vittime dell’AIDS

La miniserie di Russell T. Davies sul dramma nella Londra dei primi anni '80 è uno sguardo straziante sugli orrori della malattia, ma lascia anche tanto spazio alla gioia

Foto: Ben Blackall/HBO

Verso la fine di It’s a Sin, la miniserie di HBO Max (disponibile in Italia dal 1° giugno su StarzPlay) che racconta l’inizio dell’emergenza AIDS attraverso gli occhi di un gruppo di giovani londinesi, un personaggio giace sul letto di morte, ricordando con un sorriso tutte le feste che ha organizzato e gli uomini con cui è andato a letto prima di ammalarsi. «Quello che la gente dimentica è che è stato tutto così divertente», dice. «Capisci cosa intendo?».

Ecco l’idea alla base del modo in cui il creatore di It’s a Sin Russell T. Davies (Queer as Folk, Doctor Who) sceglie di rivisitare questo periodo. L’AIDS è stato un flagello per la comunità gay, esacerbato dall’ignoranza e dagli atteggiamenti omofobici in Inghilterra e in tutto il mondo, e la serie non risparmia nulla: è spesso triste e fa arrabbiare. Ma, a differenza dell’ultimo progetto di Davies, la distopia vicina e inesorabilmente desolata (fino a che in qualche modo non è cambiata) di Years and Years, It’s a Sin dà molto spazio alla gioia oltre che al dolore. Quell’equilibrio è fondamentale non solo per addolcire tutta la questione medica, ma soprattutto per spiegare tutto ciò che è andato perso quando è scoppiato il virus.

La storia si apre nel 1981 ed è raccontata dal punto di vista di tre personaggi. Ritchie (Olly Alexander, solista degli Years & Years) è un aspirante attore al quale il padre conservatore porge un pacchetto di preservativi mentre prendono un traghetto dalla loro casa sull’isola di Wight fino a dove Ritchie andrà al college; e il ragazzo, beatamente inconsapevole di ciò che sta per accadere, getta via i condom quando il genitore non lo guarda. Roscoe (Omari Douglas) ha genitori religiosi che continuano a minacciarlo di rimandarlo in Nigeria per “farlo curare”. Colin (Callum Scott Howells) subisce l’atteggiamento predatorio del suo boss in un negozio di abbigliamento maschile su Saville Row, e viene salvato solo dall’intervento di un collega omosessuale non dichiarato, il signor Coltrane (Neil Patrick Harris con i baffi e l’accento posh). Alla fine i tre troveranno casa nello stesso appartamento di Londra – che chiamano “the Pink Palace” – insieme al quarto personaggio principale della storia, Jill (Lydia West), una compagna di classe di Ritchie che vuole profondamente bene a tutti e tre e diventa la prima a rendersi conto dell’enorme pericolo che questo nuovo virus rappresenta.

Ogni episodio salta avanti di qualche anno rispetto al precedente, in modo che la storia possa coprire un intero decennio (*). Le prime ore sono piene di energia, di canzoni e di possibilità, ma sempre venate dall’inevitabile sensazione che uno (o più) di loro si ammalerà, e ben prima che ci siano trattamenti per mantenerli in vita. L’umorismo e la leggerezza delle scene della festa rendono le molte tragedie della serie più sopportabili, ma quei passaggi oscuri a loro volta tingono i bei tempi di terrore. Questi ragazzi hanno parecchio potenziale e il party sta per finire in modo orribile per troppi. Un episodio si conclude con una transizione molto mirata da una delle celebrazioni del gruppo al cadavere di un malato di AIDS rinchiuso in una bara di metallo: un destino che potrebbe presto arrivare per chiunque di loro.

(*) Il finale si svolge nel 1991, più o meno dove abbiamo lasciato Pose, che offre una prospettiva americana (e più specificamente trans) sullo stesso materiale, e che sceglie anche di ricordare il divertimento quando possibile.

Davies e i suoi collaboratori (incluso il regista Peter Hoar) a volte trattano l’HIV come il mostro di un film dell’orrore in cui tutti si comportano in modo avventato, negando il pericolo che li circonda. Ritchie, il più sprezzante del gruppo, chiede sarcasticamente in una delle prime scene: «Cancro gay? Come è possibile che un cancro sia gay?». Ma molti dei momenti più spaventosi e più esasperanti della serie sono presentati in modo dolorosamente scarno, per chiarire meglio che l’orrore proveniva tanto dal modo in cui l’establishment etero ha reagito all’AIDS quanto dal virus stesso. Ammalarsi è già abbastanza terribile – c’è una sequenza angosciosa in cui vediamo come la malattia abbia essenzialmente trasformato uno dei nostri eroi, appena ventenne, in un vecchio – ma questi pazienti sono anche trattati come lebbrosi, chiusi fuori dal mondo, privati dei loro beni. Gli amici e i partner non hanno diritti legali, tanti pazienti finiscono in custodia delle famiglie omofobe da cui sono scappati per costruirsene di nuove a Londra. Sono situazioni brutali, ritratte in un modo realistico che ne enfatizza la mostruosità.

Anche se la conta dei morta aumenta, Davies si rifiuta di abbandonare il suo affetto per questi personaggi o la possibilità che trovino la felicità dove possono. Il quarto episodio vede diversi membri del gruppo unirsi a una protesta che inizia pacificamente fino a quando la polizia non si fa avanti con i manganelli. È una delle scene più dolorose da guardare, ma anche una delle più stimolanti e gioiose. Nel corso della sua carriera ì, Davies non è sempre riuscito a bilanciare un cocktail di ingredienti spietato ma insieme sentimentale, ma qui lo fa alla grande. In teoria le tragedie non dovrebbero essere divertenti, ma con It’s a Sin le parti che vi faranno sorridere sono importanti tanto quanto quelle che vi faranno piangere. Se non di più.

Da Rolling Stone USA