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Iron Maiden – The Book of Souls

Se è vero che gli Iron Maiden sono riconosciuti come la più grande metal band del pianeta, è innegabile riconoscere quanto la deriva prog nella loro produzione recente sia sempre più evidente e fortunata. Come certi attori dal passato non proprio memorabile, vedi David Carradine o Bill Murray, ai quali registi come Quentin Tarantino o […]
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Se è vero che gli Iron Maiden sono riconosciuti come la più grande metal band del pianeta, è innegabile riconoscere quanto la deriva prog nella loro produzione recente sia sempre più evidente e fortunata. Come certi attori dal passato non proprio memorabile, vedi David Carradine o Bill Murray, ai quali registi come Quentin Tarantino o Wes Anderson hanno restituito carriere che si erano perse per strada, i Maiden, smettendola di rivivere il proprio passato, si sono incamminati lungo un percorso che un giorno li vedrà celebrati come una band invecchiata benissimo.

Così pubblicano, nel crepuscolo della propria carriera, album veramente buoni, coerenti con gli acciacchi e la riflessività che la vecchiaia esige. The Book of Souls è infatti un gran disco di rock adulto per palati fini dove, assieme ad elementi tipici del canone stilistico dei Maiden, emergono più prepotenti del solito richiami a giganti del rock inglese come Yes, King Crimson, Sabbath e Zeppelin, da sempre parte della loro tavolozza musicale. Compositivamente troviamo due linee dominanti a firma di Steve Harris – da solo o in collaborazione con Adrian Smith, Janick Gers e Dave Murray – o Bruce Dickinson. Le prime si distinguono per un prog rock riffato più imprevedibile con soluzioni prodigiosamente indovinate – The Great Unknown è fenomenale –, mentre altre sono di un’arbitrarietà quasi fine a se stessa come nella altrimenti bellissima Tears of a Clown o in The Red and the Black. I brani di Dickinson si distinguono, invece, per la sua capacità di trovare linee melodiche accattivanti e mai banali, riportandoci con Speed of Light ai tempi spensierati di Piece of Mind, scritta a quattro mani con Smith, l’anima rockettara della band. È evidente quanto sia ispirato, e la monumentale Empire of the Clouds ne è la prova: accompagnato da archi e fiati, Dickinson si siede al pianoforte regalandoci un momento altissimo della durata di 18 minuti. In fondo è lui, alla fine di If Eternity Should Fail, a dirci che l’eternità non è altro che un attimo molto breve.

Questo articolo è pubblicato su Rolling Stone di settembre.
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