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Io c’è: la commedia che mette in croce la religione

Il film di Alessandro Aronadio ci regala un Edoardo Leo profeta di un nuovo credo: lo ionismo.

Di dio e dei suoi profeti al cinema si parla poco. Dopo i peplum su Mosé e soci, infatti, alla religione sul grande schermo ci si avvicina solo quando il regista è molto arrabbiato e molto ateo: da Marco Bellocchio a Woody Allen, infatti, a qualunque divinità ci si riferisca, ti ritrovi a viverla come un nemico, un avversario che forse, sotto sotto, è figlia di un amore così forte da aver bisogno di una perenne conflittualità. La religione non è bella se non è litigarella, insomma.

Ecco perché Io c’è ti spiazza subito. Alessandro Aronadio comincia, in fondo, da una delle ultime scene di Orecchie, in cui un Rocco Papaleo nei panni di un prete sui generis e con un difficile rapporto con l’alcol – non lo beve solo durante le funzioni religiose, per capirci -, spiega al protagonista che credere è più importante di ciò in cui credi. Del clero, dei comandamenti, di una madonna che compare o meno in una macchia di muffa.

Con una voce fuori campo invadente – ma poi, alla fine, capirete perché – e un montaggio di vari riti religiosi più che bizzarri che sembra preso di peso da quel documentario geniale e misconosciuto che è Religiolous di Larry Charles, ti aspetti una commedia sferzante e feroce che metta alla berlina tutto ciò che giri intorno alle multinazionali della fede. Aiuta anche il fatto che il protagonista, Massimo, cerca disperatamente di eludere il fisco facendo diventare il suo pacchianissimo B&B – dall’azzeccatissimo nome “Miracolo italiano” – un luogo di culto. E dopo che imam, rabbino e un prete gli risponderanno picche, con la sorella commercialista (Margherita Buy, raramente così libera e divertente, capace di tratteggiare il suo personaggio con sfumature inaspettate) e il nuovo compagno dell’ex moglie, un intellettuale così radical chic che scrive “libri che non devono essere letti” (Giuseppe Battiston, mefistofelico evangelista di questo nuovo credo) decide di farsela da solo, la religione. Gli bastano un kimono per diventarne il profeta, uno specchio come oggetto di culto – si venera l’io, se stessi – e i suggerimenti al posto dei comandamenti e il gioco è fatto.

Ed è proprio qui che il film di un regista che fin dall’esordio aveva mostrato una sensibilità creativa ed estetica altra – Due vite per caso è un gioiello di quelli che apprezzi col tempo -, fa il salto di qualità. Nella scrittura (firmata dal regista stesso e da Renato Sannio, Valerio Cilio e da Edoardo Leo), cesellata nei dialoghi, nelle battute che ti fanno passare dal sorriso sardonico alla risata piena, così come nella struttura narrativa, e nella visione affatto banale. Quello che poteva sembrare un pamphlet si concentra non sulla religione né sul suo cialtronismo, ma sul credere. Su questo profeta che si libera di qualsiasi pulpito per diventare un leader imperfetto e inconsapevole, sui fedeli che hanno bisogno di qualcuno e qualcosa che li elevi dalle loro fragilità, un pretesto per essere migliori. O anche solo se stessi.

Dopo l’inizio più inevitabilmente programmatico, in cui la religione viene vista sotto l’impietosa lente della razionalità – la Bibbia, come tanti altri testi sacri, a leggerla senza la luce della fede finisce per sembrare una sceneggiatura sopra le righe e con molto umorismo involontario -, Aronadio sceglie sempre la strada più difficile. Non quella del sarcasmo, ma della curiosità, non quella dello stereotipo ma della negazione dello stesso. Lo si capisce anche dalla gestione dei ruoli degli attori: la Buy che fugge dalla sua vita borghese, Battiston che finalmente è cattivo e antipatico e gli riesce benissimo (lo fu anche in Io sono Li di Andrea Segre, ma qui c’è anche la sfumatura ironica che non guasta), Massimiliano Bruno che torna attore per dipingere perfettamente il suo naziparaplegico con il giusto equilibrio di comicità e poi di profondità.

Tutti lontani dagli archetipi che a volte mettono loro addosso altri cineasti, così come la storia stessa si allontana dai binari che sembrava aver gettato per diventare, a sorpresa, profondamente spirituale. Quando Massimo scopre che il suo cialtronismo l’ha portato oltre, quando una donna (Giulia Michelini) affida una decisione vitale a ciò che lui affronta come un gioco e uno stratagemma per sopravvivere, lui sente addosso il peso del suo ruolo di guida. Perché qui non c’è solo religione, ma un mondo e diverse generazioni orfane di certezze e disposte a tutto, pur di (ri)trovarle. Questa volontà di essere comunità la senti persino nei movimenti della macchina da presa, che riempiono il B&B di senso, lo fanno diventare un luogo bizzarro di formazione, di ricostruzione. E concetti complessi come il fanatismo, la fede, il bisogno di credere diventano quasi elementari, necessari, tanto che il finale, pericoloso perché viaggia su un crinale in cui una parola e una scena in più potrebbe portare all’eccesso, forse darà fastidio ai detrattori come agli amanti del film.

Perché la religione come la politica – e qui si parla di entrambe – in questi anni sono vissute senza maturità, senza interrogarsi sulla natura delle proprie fragilità ed esigenze emotive. E Io c’è non è abbastanza ateo per chi ideologicamente odia ogni dio, né tantomeno religioso come vorrebbe il bigottismo ipocrita di questi tempi, quello delle “mani che si stringono tra i banchi delle chiese alla domenica mani ipocrite, mani che fan cose che non si raccontano altrimenti le altre mani chissà cosa pensano, si scandalizzano”.

E’ per questo che è una commedia di quelle che vanno viste e riviste, che sembrano attingere, con modernità, tanto alla vecchia tradizione italiana quanto a una visione quasi anglosassone dei massimi sistemi. Io c’è è un film laico e spirituale, una commedia divertente e profonda. Una di quelle che cerchiamo sempre, che pretendiamo e che poi, quando arrivano, a volte non riconosciamo. Beh, cerchiamo di riuscirci, altrimenti ce le meritiamo le commedie col titolo rosso su sfondo bianco.

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