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In ‘Gaslighter’ le Chicks usano il pop per distruggere una relazione tossica

È l'inizio di una nuova era per le rinnegate di Nashville. L'album racconta la fine del matrimonio di Natalie Maines in modo onesto e brutale. Peccato che lo stile country-pop del trio sia a tratti sterilizzato

The Chicks

Foto: press

La band un tempo conosciuta come Dixie Chicks non ha un momento di tregua. Quasi vent’anni dopo l’attacco a George W. Bush che le è costato l’esilio da Nashville, il trio texano dimostra di avere ancora molto da dire in Gaslighter, il primo album in studio in 15 anni e allo stesso tempo la raccolta di canzoni più pop della loro carriera.

Avranno pure un suono più radiofonico, ma le Chicks sono pronte ancora una volta a rivelare verità difficili. Questa volta cantano dei conflitti avvenuti dentro le loro case: gran parte di Gaslighter è dedicato al difficile divorzio tra Natalie Maines e l’attore Adrian Pasdar che si è concluso nel dicembre 2019. Per questo, l’album risulta tanto incostante quanto onesto, con una produzione pulita e testi di un’onestà talmente brutale che Passar ha cercato di bloccarne l’uscita sfruttando una clausola nell’accordo prematrimoniale. Gaslighter è un disco di emozioni immediate, come inchiostro che non si è ancora asciugato del tutto sulla pagina. Le parole di Maines in Hope It’s Something Good – “Dopo così tanto tempo, ho imparato a tenere a bada la lingua / E ora che è finita, posso scrivere questo pezzo” – non suonano come un trionfo, semmai come un sospiro di sollievo.

Per i fan di lunga data delle Chicks, la narrativa che circonda Gaslighter – l’esplosivo singolo di lancio, la retorica da comeback album – sembrerà un déjà vu. L’LP arriva dopo Taking the Long Way (2006), un disco cupo, prodotto da Rick Rubin e ispirato alla caduta del gruppo dal trono del country dopo le critiche di Maines a Bush e alla guerra in Iraq. Era una scommessa e ha pagato: le Chicks hanno vinto cinque Grammy. Giustizia era fatta, quindi, e il Sin Wagon, per citare una canzone del trio, era pronto a ripartire.

E invece, come spesso accade, si è messa di mezzo la vita. Le tre musiciste hanno scelto di dedicarsi ai figli e non ai concerti. Maines si è trasferita dal Texas a Los Angeles per seguire la carriera di Pasdar e ha pubblicato un disco solista con cover di Pink Floyd e Jeff Buckley. Le sorelle Emily Strayer e Martie Maguire hanno messo in piedi un progetto parallelo dedicato alla musica tradizionale. Nel tour di reunion del 2016-17 hanno sperimentato con un suono più rock, una scelta per nulla scontata per un gruppo che, dopo la catarsi di Taking the Long Way, non sapeva che direzione prendere. Le controversie che le circondano avranno pure aperto la strada a una nuova generazione di donne – Karen Morris, Margo Price, Mickey Guyton – determinate a rimediare ai peccati del country, ma la reputazione di reiette non ha portato granché bene alle Chicks.

Per risolvere il problema, il trio ha puntato tutto sul pop. Jack Antonoff, produttore straordinario già al fianco di alcune delle giovani autrici mainstream (Taylor Swift, Lorde, Lana Del Rey) è il collaboratore principale del progetto. Insieme a lui ci sono moltissimi altri hitmaker come Julia Michaels, Teddy Geiger e Ian Kirkpatrick. Per questo, le 12 tracce di Gaslighter cadono ognuna in un format radiofonico: l’inno all’empowerment, la ballata romantica all’ukulele, la canzone di protesta minimalista.

Insieme al cambio di nome, gli arrangiamenti diluiscono gran parte di quello che collegava il gruppo alle origini bluegrass: il fiddle di Maguire suona come un normale violino e il banjo di Strayer ha perso un po’ del suo twang. Ma se il sound del gruppo sembra sterilizzato, lo stesso non può dirsi dei testi. Maines prende ispirazione da Beyoncé – con cui il trio ha condiviso il palco dei CMA del 2016, scatenando la rabbia della vecchia guardia di Nashville – e mescola vendetta e vulnerabilità, lavando i panni sporchi del suo matrimonio in pubblico con spavalderia e il senso di superiorità di Lemonade. “Ragazzo, sai esattamente cosa hai fatto sulla mia barca”.

Tutte e tre le Chicks sono passate da un divorzio: messe assieme, ne hanno collezionati cinque, e le origini dei loro matrimoni sono strettamente collegate alla band (Maines ha incontrato Passar al matrimonio tra Strayer e Charlie Robinson; Maguire ha conosciuto il precedente marito a quello della sorella di Maines). Tuttavia, al centro di Gaslighter c’è solo la storia di Maines ed è raccontata nei minimi particolari. “Il marito della fidanzata di mio marito mi ha appena telefonato / Quant’è malata questa cosa?”, canta ridendo in Sleep at Night, poi si ferma e riflette sui due figli che stanno crescendo in mezzo a quel caos. Gaslighter brilla nell’alternare il dolore e la sofferenza tipici di una relazione che va in pezzi con ironia e humour nero. È un mix imperfetto, ma in fondo lo è anche un divorzio. In Everybody Loves You, Maines mette a nudo la confusione e l’angoscia della sua vita: “È il mio corpo, e ti odia / Perché tutti ti vogliono bene?”, chiede sconvolta. Young Man è invece una lettera dedicata al figlio in cui Maines si chiede se se l’abbia mai deluso mentre affrontava i tradimenti di lui.

In netto contrasto con i testi, la produzione di Gaslighter vuole essere universale, concepita per inserirsi nel pop contemporaneo. Sono anni che le Chicks si disinteressano delle radio country – come biasimarle? – e non è un caso che lavorino con un uomo vicino a Taylor Swift, una loro fan che sta vivendo la stessa transizione. A volte questa fusione tra violini e drum machine funziona (il finale di March March), ma nei momenti peggiori Gaslighter cade nei cliché peggiori del genere: ballate tiepide, chitarre acustiche con suono plasticoso, cori sognanti in sottofondo. Il pezzo da falò Tights on My Boat, in cui Maines becca il suo ex con un’altra, è incredibile per la sua specificità (c’è un verso dedicato alle tasse), ma anche ingenuo. “Puoi dirle che adesso puoi essere suo”, canta Maines sogghignando, accompagnata da grida e risate di un pubblico immaginario, come se le sue frecciate non fossero sufficienti. Non è un gran pezzo se si pensa che è prodotto da una band formidabile nel fondere il tipico odio sudista cammuffato da gentilezza e l’atteggiamento punk rock.

Non sorprende che i brani più riusciti del disco siano quelli in cui le tre Chicks lavorano in armonia, in tutti i sensi. Texas Man, un sequel piccante di Cowboy Take Me Away, è l’unico episodio in cui Gaslighter suona davvero divertente: la band usa chitarre elettriche e percussioni rock per creare un’atmosfera da quadriglia e raccontare le fissazioni maniacali che nascono con i nuovi amori (il modo in cui Maines intona “I’m a little bit unraveled”, con quella piccola incertezza, è incredibile). Hope It’s Something Good ha atmosfere dream pop, straordinarie sfumature vocali e una bella chitarra steel suonata da Lloyd Maines. E poi c’è la title track che è accattivante e provocatoria e si prende gioco di Donald Trump senza nominarlo nemmeno una volta.

Con tutti i suoi difetti, Gaslighter soffre ancora del peso del futuro incerto delle Chicks. In Set Me Free, il sobrio finale del disco, Maines canta: “La decenza vorrebbe che tu firmassi e mi lasciassi andare”. Per una volta, non sembra che parli solo dell’ex marito. Gaslighter è l’ultimo disco previsto nel contratto che da due decenni e sette album lega il trio alla Sony, a cui hanno fatto causa per 4 milioni di royalties non pagate. Maines ha detto che prima del divorzio l’idea era di fare un disco di cover. «Una cosa facile: consegni il master, prendi i soldi e sei libera. Poi la mia relazione è andata in pezzi e ho capito che avevo molto da dire».

Ha senso, allora, che le Chicks, un gruppo che ha sempre sfidato il potere, consideri Gaslighter come un passo verso una nuova libertà. “Riesco a vedere l’incendio in arrivo / Brucerà il mondo che conosco”, canta Maines in My Best Friend’s Wedding. “Guardami, guarda mentre gli sfuggo / Prendo quello che serve e vado via / Vado via da sola”. Il brano suggerisce che le tre siano pronte a scappare dalla follia e avere finalmente la carriera che vogliono. E chissà che non sia la volta buona.

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