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Il ritorno dei Raconteurs e di Jack White, figlio prediletto del rock’n’roll

Uno dei punti di forza dei Raconteurs, e del nuovo "Help Us Stranger", sta proprio nella capacità di arginare la tracotanza di White, contaminarla e indirizzarla su uno stile preciso e identificabile

Undici anni di assenza sono un’infinità di tempo nell’industria musicale, bisogna moltiplicarli almeno per quattro. 11×4= 1975, come l’anno di nascita di Jack White, come l’anno di grazia della fondazione degli Iron Maiden e delle The Runaways, del primo singolo dei Ramones, di The Rocky Horror Picture Show, di Physical Graffiti dei Led Zeppelin, di Horses di Patti Smith, di Sabotage dei Black Sabbath e via discorrendo.

Tutta roba che ha modificato il DNA di Jack White, il quale non c’è dubbio che sia un prodotto OGM figlio degli anni Settanta. Tra i suoi due milioni di progetti, i The Raconteurs sono la band che più di tutte risente dell’influenza dell’estetica in primis e del sound 70s, influenzato anche dalla presenza in formazione di un altro fanatico del genere come Brendan Benson.

Il ritorno della formazione che ha vinto il grammy come miglior album rock con il disco d’esordio del 2006 Broken boy soldiers, a differenza dei due album precedenti – nei quali la mano di Jack White era certo pesante e centrale ma non dispotica – risente tantissimo delle recenti divagazioni da solista del rocker di Detroit. Sebbene undici tracce su dodici (quella che rimane è una cover di Hey Gyp (Dig The Slowness) di Donovan) siano state scritte a quattro mani da White e Benson, il sound principale è fortemente influenzato da quello delirante dell’ ultimo album dell’ex White Stripe Boarding House Reach, soprattutto nei passaggi burlesque schizofrenici di Don’t bother me e What’s yours is mine e quelli da messa gospel in un tendone itinerante nella provincia americana come Shine the light on me, pezzi che sembrano letteralmente avanzati dalle sessioni del suddetto disco.

Niente di assurdo, visto che Jack White fa parte di questa band e compone i pezzi, anche se uno dei punti di forza dei Raconteurs stava proprio nella capacità di arginare la tracotanza di White, contaminarla e indirizzata su uno stile preciso e identificabile, che per fortuna esce fuori, paradossalmente nei pezzi acustici come Help me stranger, Only Child e Thoughts and prayers che rappresentano il nocciolo di purezza 100% Raconteurs conservato in questo Help us strangers, lustrini e frange, stivali e cinture sgargianti, giacche scamosciate e l’illusione di vivere una bugia nel 2019, quella del rock’n’roll, un’ammissione esplicita in Live a lie, l’inno di tutti coloro i quali credono ancora nel Sogno e che interpretano tutti i giorni il senso del ritornello «I just wanna live a lie with you» che foneticamente e concettualmente non è tanto diverso da «I just wanna live a love with you», bugie e amore, trovate le differenze.

Nel frattempo se pensate che non ci siano i chitarroni vi sbagliate: ascoltare Bored and dazed, Now that you are gone, Sunday driver per credere. Perché poi il discorso sta tutto lì: ai sogni bisogna crederci, una volta fatto metà dell’opera è compiuta, a tutto il resto ci pensa Jack White.

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