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Il ritorno dei Giardini di Mirò è il disco che stavamo aspettando

Dopo quasi sette anni torna con un nuovo album una delle band cult della scena italiana: post-post rock elegante e al passo coi tempi, che non pecca di snobismo e superiorità.

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Giardini di Mirò. Foto stampa

È indubbio che gli emiliani Giardini di Mirò siano stati una delle migliori cose del rock nostrano della prima parte degli anni Zero. Assenti dalle scene da quasi sette anni (l’ultimo Good Luck risale al 2012), Jukka Reverberi e compagni tornano in circolazione con quello che il qui presente non fatica a definire il loro disco migliore dai tempi di Dividing Opinions (Homesleep, 2007) che, pur con pareri discordanti tra pubblico e critica, a confronto di quello che seguì, fu una manna dal cielo. La ragione di questo ripensamento? Avere lasciato da parte le asettiche suite improvvisate de Il Fuoco e Rapsodia Santanica e l’anodino alt-rock-pop che li ha maldestramente caratterizzati nella transazione stilistica verso la seconda decade del millennio.

Recuperando così una discreta qualità ritmica più concentrata sull’idea di canzone, tant’è che nelle tracce di Different Times sono ospitate le voci cangianti di Adele Nigro degli Any Other, di Robin Proper Sheppard dei Sophia, del poliedrico Daniel O’Sullivan e di Glen Johnson dei Piano Magic – con cui avevano già collaborato per Self Help, guarda caso contenuta proprio su Dividing. Restano, come eredità del passato più recente, le eleganze da murder ballad che avevano impreziosito un periodo sostanzialmente sfuggente. 
La partenza liquida e sognante della title track, per esempio, è esattamente quella di un brano prog, ma poi lo svolgimento dal secondo minuto alla fine dice di raffinato rock la cui apertura non pecca d’eccessivo manierismo post e ricorda se mai alcune cose dei mai dimenticati Catherine Wheel.

E così la seguente Don’t Lie, con Adele Nigro, ombreggiata radura dai minuziosi arrangiamenti gentili che rispondono meravigliosamente alle inflessioni umorali e romantiche del doppio cantato. Dopodiché arrivano Hold On con Robin Sheppard e Pity The Nation. La prima scelta come traccia di presentazione, credo proprio per il suo senso d’irresistibile linearità circolare, mentre la seconda, nuovamente dilatata, glaciale e ipnotica, a non saperlo si potrebbe rivendere per una chicca trovata in qualche cassetta dei Porcupine Tree periodo Signify o giù di lì. Ci si immerge insomma di nuovo in un’atmosfera a cui eravamo parzialmente disabituati: flessuoso spoken (di Glen Johnson) con echi metallici in distanza di Failed To Chart, l’iniziale groove wave che si sfilaccia in shoegazing di Void Sleep, una piccola perla di tre minuti, le pure ballate “post” di Landfall e Fieldnotes in compagnia, quest’ultima, di Daniel O’Sullivan.

Gli arrangiamenti in superficie sono in prevalenza quelli onirici e intimisti di sempre ma c’è ovunque qualcosa che stranisce e sbilancia l’insieme, annullando quell’idea di purezza che però può sfociare in ottusità. La spensieratezza apparente di Under ne è l’esempio più lampante, ma è l’intero Differet Times a diluire il concept alla base con promiscue interferenze che magari cozzano con la logica del discorso ma lo amplificano verso dimensioni altre – come nello scatto di copertina che coniuga il campetto di calcio all’edilizia urbana sullo sfondo. È post-post rock elegante e al passo coi tempi, che non pecca di snobismo e superiorità come, per intenderci, nei Tortoise, ma abbraccia con intelligenza lo zeitgeist strizzando adesso l’occhio alla nicchia tipo Daniel Blumberg, ora al popolare come i redivivi Ride o persino gli U2 (“Io sono un grande fan degli U2 – confessa Jukka – ma forse sono l’unico nel gruppo”). Più forti dei trend ma anche delle volubili critiche dei puristi, i Giardini di Mirò restano un punto fermo a cui rivolgersi per una terapeutica immersione in chi dalla musica cerca ancora qualcosa che non sia l’epidermica istantanea familiarità che non ci faccia skippare il brano nelle playlist di Spotify.

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