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‘Il richiamo della foresta’, troppo digitale e poca vita. Nonostante Harrison Ford

La nuova versione del classico di Jack London digitalizza il suo eroe canino e perde qualcosa di fondamentale nel processo

Forse è un segno dei tempi che Harrison Ford condivida lo schermo con un cane realizzato in digitale. Perché usarne uno vero, quando un computer può assicurarsi che un cucciolo pixelato si esibisca secondo le regole del sindacato degli attori e non assecondando la sua vera natura? Potete sentire le voci dei futuri cineasti, sulle colline di Hollywood: “Voglio più sensibilità negli occhi!” o “Fatelo correre più veloce di un cane vero!”. È il caso del Richiamo della foresta, l’ennesima versione cinematografica del classico romanzo d’avventura del 1903 di Jack London su un San Bernardo/Collie di nome Buck che trova la sua vocazione nell’aiutare il cercatore d’oro brizzolato e alcolizzato John Thornton (Ford) nello Yukon. Per fortuna, Ford è il migliore nei panni del vecchio scontroso, e può recitare da solo senza che le sue emozioni siano generate al computer. Almeno per ora.

Al Richiamo della foresta manca l’oscurità spigolosa del racconto di London ed pensa di essere più intelligente di quello che è. Ma mantiene la sua promessa di intrattenimento senza pretese. Dalle prime scene più comiche, in cui Buck non addestrato corre impazzito nel lussuoso ranch californiano di proprietà del dolce e paziente giudice Miller (Bradley Whitford), il film va avanti con il nostro che si risveglia in Alaska, dove diventa un cane da slitta che resiste alla frusta e alla schiavitù. L’obbedienza viene insegnata al povero Buck a forza di botte, fino a quando non capisce le dinamiche grazie a una gentile coppia franco-canadese, interpretata da Omar Sy e Cara Gee, che gestisce un servizio di consegna della posta tramite i cani. Ma l’uso del telegrafo rende presto obsolete le slitte, lasciando Buck abbandonato a se stesso fino a quando non viene venduto a Mercedes (Karen Gillan) e al malvagio fratello Hal (Dan Stevens), un idiota crudele che tenta di forzare la squadra di cani ad attraversare un fiume ghiacciato che si sta sciogliendo.

Insomma, avete capito l’andazzo. Lavorando su una sceneggiatura appena sufficiente di Martin Green, il regista Chris Sanders, abituato all’animazione, fa il suo debutto live-action con un titolo che troppo spesso sembra un cartoon come i suoi film precedenti Lilo & Stitch, Dragon Trainer e I Croods. È comprensibile non voler usare un cane vero per scene che richiedono un pericoloso salvataggio subacqueo e una fuga da una valanga. Ma qui manca qualcosa. Lassie, Rin Tin-Tin e Beethoven sarebbero stati tutti licenziati se avessero provato a recitare per il cinema di oggi. Immaginate un mastino francese digitale che sbava su Tom Hanks in Turner e il casinaro. Non sarebbe lo stesso.

E in effetti non lo è. Il direttore della fotografia Janusz Kaminski (Schindler’s List) ha lavorato parecchio per dare al film un look epico, da corsa all’oro nel Klondike del 1890. Ci è riuscito più spesso di quanto non abbiano fatto i computer a dar davvero vita a tutti i cani, e pure a una lupa che diventa l’interesse romantico di Buck. L’illusione funziona meglio quando si tratta dell’interazione tra uomo e animale. Il calore naturale, l’umorismo e il carisma di Ford aiutano il pubblico a sospendere l’incredulità, così come il talento di Terry Notary, l’artista di motion capture ed ex del Cirque du Soleil che ha sostituito Buck sul set. Notary era perfetto nei panni dell’uomo scimmia che impazzisce a un’elegante festa in un museo alla moda in The Square di Ruben Ostlund nel 2017. E qui dà tutto quello che può mentre lui e Ford interagiscono come costar, lottano e creano un rapporto (Ford sfrega persino la pancia di Buck). È un trucchetto niente male.

Ma resta la sensazione che un cane vero avrebbe potuto colmare il divario emotivo che la tecnologia apre tra illusione e realtà (la versione fotorealistica del Re leone aveva lo stesso problema di distanza). La magia del digitale non può sostituire tutto ciò che è luminoso e bello. Fingere non è una risposta al richiamo della foresta di Jack London – o al richiamo dello stupore del pubblico.

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