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‘Il re di Staten Island’: il mondo secondo Pete Davidson

La star del ‘Saturday Night Live’ e il regista Judd Apatow pescano parecchio dalla vita reale del giovane comico per una storia di lutto e crescita divertente ma anche molto toccante
4 / 5

Mancanza di uno scopo, tragedia, dolore, trauma, depressione, malattia mentale, pensieri suicidi: nel Re di Staten Island c’è tutto il campionario. Ed è una commedia perché, be’, ridere (insieme a un po’ di erba) può aiutarti ad andare avanti nella vita. Quella vita appartiene a Pete Davidson, il più giovane (ha 26 anni) ed eccentrico membro del cast del Saturday Night Live: il film è al 75% suo. Interpreta una versione di se stesso con un nome diverso: non è un comico affermato ma un aspirante tatuatore: meglio pensare che sarebbe andata nello stesso modo se Davidson non avesse mai iniziato a fare commedia, ma fosse comunque riuscito a trovare se stesso. E il risultato funziona alla grande, sia dal punto di vista comico che da quello emotivo.

In qualunque modo vogliate definire questo film esilarante e sensibile – scritto da Davidson con il suo amico Dave Sirus e il regista Judd Apatow –, è impossibile vederlo e restare indifferenti. Davidson si mette a nudo, dimostrando di essere un attore autentico, in grado di usare umorismo e sfumature del suo personaggio per toccare vertici cupissimi; percepisci il ​​dolore sotto l’apparenza da clown mentre lui plasma la sua vita in modo di divertente, toccante e vitale. Davidson aveva davvero solo sette anni quando l’11 settembre perse il padre vigile del fuoco. E ammette di non averlo mai superato. Nemmeno Scott, il personaggio interpretato da Davidson, che ha lo stesso nome di suo padre.

Le similitudini non finiscono qui. Scott vive ancora a Staten Island con la madre infermiera Margie (Marisa Tomei). Soffre di asma, morbo di Crohn e ogni tanto cerca di uccidersi guidando con gli occhi chiusi. A differenza di Davidson, la faccia di Scott non è mai sui tabloid perché esce con Ariana Grande, Kate Beckinsale e la modella Kaia Gerber. È più probabile che il suo doppelgänger passi il tempo nel seminterrato della mamma svapando con i suoi amici e guardando The Purge.

Quelle scene nel seminterrato – «Mi piace qui, è sicuro», dice Scott – conducono il film nel territorio di Apatow mentre Scott fuma con il suo gruppo, tra cui Oscar (Ricky Velez), Igor (Moises Arias) e Richie (Lou Wilson). C’è anche Kelsey (Bel Powley), che non riesce a capire perché i ragazzi «stiamo seduti tutto il giorno a farsi d’erba e a cazzeggiare». Scott fa sesso con Kelsey di nascosto. Perché lo tengono segreto? «Ci conosciamo dalla quarta elementare, sarebbe come un incesto», afferma Scott. Ma la sua riluttanza va più in profondità: «C’è qualcosa di sbagliato in me mentalmente, non sto bene. Divento matto e prendo decisioni impulsive. Ho paura di me stesso».

Ecco, nel Re di Staten Island riesci sempre a sentire la tensione alla base delle battute. Scott dice che odia Staten Island («È l’unico posto che il New Jersey guarda dall’alto in basso»), ma riesce ad andarsene. Sua sorella Claire (Maude Apatow, la figlia del regista) è partita per il college, preoccupata di aver lasciato solo suo fratello che ha abbandonato la scuola d’arte per perseguire l’obiettivo assurdo di aprire un ristorante in cui si fanno tatuaggi. Per Claire, è un’idea che non ha senso. Per Scott, è meglio del college. Suo nonno – interpretato dal vero nonno paterno di Davidson, Stephen – non solo è d’accordo, ma sottolinea anche che Unabomber è andato a Harvard, Bill Cosby e Ted Bundy hanno frequentato Temple e Donald Trump si è laureato a Wharton. Ok, tutto chiaro.

I problemi di Scott sono ancora più duri da gestire per sua madre, brillantemente interpretata dal premio Oscar (per Mio cugino Vincenzo) Marisa Tomei. Scott non è l’unico membro della famiglia colpito dalla morte di suo padre. Margie ha completamente messo da parte la sua vita personale. Un’amica si complimenta per la sua forma fisica e le dice: «Stai sprecando tutto questo ben di Dio, è come lasciare del cibo sul tavolo». Margie usa le maniere forti a fin di bene, dando a suo figlio nove mesi per trovare un appartamento in cui vivere. Poi inizia a frequentare il vigile del fuoco Ray Bishop (lo stand-up comedian Bill Burr), un padre divorziato che gioca d’azzardo e ha un brutto carattere. Scott non approva. I ricordi di suo padre si intensificano quando inizia a lavorare alla caserma dei pompieri e a chiacchierare con i suoi vecchi amici, uno dei quali è impersonato con calore e una saggezza sottile da Steve Buscemi. Si raccontano storie sul padre di Scott che tirava coca ed era l’anima della festa. Ma come spiega Margie: «Era anche fuori controllo, come Ray. Mi piace decisamente quel tipo d’uomo».

Apatow, ovviamente, è il nome dietro successi come 40 anni vergine, Molto incinta e Un disastro di ragazza, e l’ultimo film assomiglia parecchio a questo, nel modo in cui ha trasformato la vita dalla comica e sceneggiatrice Amy Schumer in una rom com ruvida. E, ancora una volta, il regista è abilissimo nel far emergere il meglio in un cast corale. Ogni attore ha l’opportunità di brillare, inclusa la creatrice di Better Things Pamela Adlon nei panni dell’ex moglie di Ray. Con 136 minuti di durata, Il re di Staten Island potrebbe trascinarsi troppo senza motivo. Ma Apatow lascia respirare il film senza mai perdere il suo dinamismo interno. Si prende il suo tempo per farci vedere lo sforzo richiesto a Scott per superare un dolore autodistruttivo, salire su quel traghetto per Manhattan e forse fare un piccolo passo verso un nuovo inizio. Niente cure miracolose qui o lieti fine a caso. È molto meglio. E lo è anche Davidson, che trasforma questo ritratto comico di un giovane artista incasinato in una delle commedie migliori dell’anno.

Da Rolling Stone USA

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