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‘Il principe cerca figlio’ è un aggiornamento della commedia Eighties ai nostri tempi

Non è un sequel e non è un remake: il film riunisce Eddie Murphy e Arsenio Hall con il resto della banda – più qualche azzeccatissima new entry – per una revisione contemporanea del cult degli anni '80

Eddie Murphy e Arsenio Hall

Foto: Quantrell D. Colbert/Amazon Studios

Non invidio chiunque abbia dovuto prendere Il principe cerca moglie, una grande commedia classica degli anni Ottanta, e farne un sequel dopo più di trent’anni cercando di accontentare in qualche modo i fan. E cioè tutti coloro che hanno amato l’originale, gente che ha rivisto il cult un milione di volte, che ha i meme di Soul Glo salvati sul telefono, che conosce ogni parola della canzone dei Sexual Chocolate e che – come nel mio caso – è cresciuta in famiglie in cui era probabilmente l’unico film in grado di mettere d’accordo tutti, dalla nonna ai cugini, insieme davanti alla tv. Il secondo capitolo cammina su una linea sottilissima: se fosse troppo vicino all’originale, ci lamenteremmo del fatto che potremmo riguardare quello e fine (cosa che faremmo comunque); se se ne allontanasse troppo, diremmo: «Naaa, siete andati oltre». Il giochino sta tutto qui.

E Il principe cerca figlio (titolo inglese Coming 2 America, dal 5 marzo su Amazon Prime Video), diretto da Craig Brewer, se la gioca abbastanza bene. C’è (quasi) tutta la banda: Eddie Murphy e Arsenio Hall, Shari Headley, James Earl Jones, Louie Anderson, Paul Bates, persino John Amos. Mancano soltanto Eriq La Salle con i ricci alla Jheri, Allison Dean (la sorella minore di Headley) e la defunta Madge Sinclair (che interpretava la madre del principe Hakeem con compostezza memorabile). E si sente davvero la loro mancanza.

Ma non perché il sequel sia povero di materiale. Il principe cerca figlio lavora sulla stessa idea del primo capitolo: pesce fuor d’acqua meets commedia romantica black, con ogni scusa possibile per Murphy e Hall di interpretare il maggior numero di personaggi possibile, e dà una svolta giusta per le nuove generazioni, anche solo capovolgendo la sceneggiatura. Invece di un principe scatenato – Hakeem Joffer (Murphy), che da Zamunda sbarca nel Queens – c’è un ragazzo del Queens, Lavelle Junson (Jermaine Fowler), catapultato a Zamunda. Il risultato: un film che è più divertente quando usa ancora i suoi punti forti e quando, grazie ad alcuni volti nuovi nel calderone tra cui Leslie Jones, Wesley Snipes, Tracy Morgan e Nomzamo Mbatha, aggiunge personaggi così perfetti che sarebbero stati benissimo nell’originale. In realtà un nuovo capitolo senza Jones e Morgan è, in retrospettiva, un po’ difficile da immaginare, non solo a causa del collegamento con il Saturday Night Live. Ma certo, anche per quello.

La storia? La indovinerete. A partire dal seme regale sparso nel 1988 che, tecnicamente, ha prodotto un erede. Una notizia complicata, data la vita che Hakeem – una volta principe, ora re – conduce con la regina Lisa (Headley) e le sue tre figlie (interpretate da KiKi Layne, Akiley Love e Bella Murphy, la vera figlia di Eddie). La più grande, la principessa Meeka (Layne), ha gli occhi puntati sul trono nonostante le leggi che vietano a una donna di indossare la corona. Immaginate un ragazzo qualunque del Queens che si presenta per rivendicare quello che gli spetterebbe di diritto – o che spera che il padre sia abbastanza magnanimo da concedergli – ed ecco il nuovo livello di tensione aggiunto al film. Insieme alla possibilità di scuotere le dinamiche di genere.

Eddie Murphy e Shari Headley. Foto: Quantrell D. Colbert/Amazon Studios

Quella tensione però è solo un mezzo per i protagonisti di metterci del loro, ma con un pizzico di novità. C’è ancora un matrimonio combinato, una situazione in cui il principe di Zamunda deve destreggiarsi come fece suo padre (qui è dove Snipes, che interpreta lo spavaldo generale Izzi di Nextdoria, entra in gioco); c’è ancora la possibilità per il quartetto di burloni da barbiere di rubare la scena; e con l’aggiunta di Teyana Taylor, figlia del generale Izzi, ci sono ancora più canti e balli. È come guardare un film che si plasma attorno al divertimento dell’originale. Ma quando l’originale è davvero divertente…

Una critica ricorrente mossa all’ultima incursione di Craig Brewer nei titoli in franchising, la sua interpretazione del 2011 del classico Footloose, era che si avvicinava tanto all’originale da non avere un’identità propria. («Ero terribilmente tentato di riproporre la mia recensione del 1984, parola per parola», scrisse Roger Ebert. «Ma sarebbe sbagliato».) Il principe cerca figlio è tecnicamente un sequel, non un remake, ma, nello spirito dei remake e dei sequel con cui ci hanno bombardato recentemente, potrebbe essere più giusto e saggio considerarlo un aggiornamento: una leggera manipolazione dell’umorismo degli anni Ottanta, che al giorno d’oggi potrebbe sembrare un po’ antiquato, forse persino cringe. La sceneggiatura è di Kenya Barris, Barry W. Blaustein e David Sheffield, ma porta soprattutto l’impronta di Barris, fino all’occhiolino strizzato a La bottega del barbiere, una delle cose migliori che ha scritto. Il principe cerca figlio va un po’ oltre il moralismo familiare dei suoi altri lavori e non è necessariamente più interessante per questo, solo più moderno.

Ma stare al passo con i tempi non è una brutta cosa. Senza vendersi come moralizzatore, Il principe cerca figlio fa qualche correzione e revisione consapevole qua e là. Già nel 1988, era un po’ problematico (ma anche divertente, la commedia è infida) per il film originale ridurre la promessa sposa del principe Hakeem, Imani (Vanessa Bell Calloway), a una signora nessuno che abbaia. Il sequel dà una risposta. D’altra parte, il fatto che Hakeem fosse andato nel Queens per trovare la sua regina – voleva una moglie che pensasse con la propria testa – era anche il punto, come il nuovo capitolo sa bene e ripete tranquillamente.

Teyana Taylor e Wesley Snipes. Foto: Quantrell D. Colbert/Amazon Studios

E poi il vero bersaglio era l’arretratezza di Zamunda, primitiva nelle sue aspettative sociali nonostante il lusso e la regalità. Anche le idee dei neri americani sulla vita in Africa sono sempre state una delle gag centrali del Principe cerca moglie. Poi che le battute riguardassero i pregiudizi occidentali sul vecchio continente o le culture africane in sé è ancora oggetto di dibattito, a cui devi sforzarti di non pensare se vuoi semplicemente goderti il ​​film. Su quel fronte Il principe cerca figlio fa alcuni passi avanti (un cameo del musicista Davido, per esempio) e forse un paio di passi indietro, vedi il caso emblematico del Generale Izzi. (Snipes è, come sempre, un grande a prescindere.)

È chiaro che Murphy e Brewer hanno davvero trovato una strada grazie alla loro ultima collaborazione, Dolemite Is My Name, un film che dava loro la possibilità di essere originali con il pretesto di fare qualcosa di prevedibile. Vederli mantenere un po’ di quel ritmo anche qui è bello. Il principe cerca figlio non è solo divertente, ma è la prova che questa coppia sia destinata a fare qualcosa di grandioso.

Da Rolling Stone USA

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