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Il populismo radical-indie di Bon Iver e The National

Justin Vernon e Aaron Dessner hanno collaborato a un disco raffinato e prezioso, con cui sradicare le proprie certezze

È da un po’ che ci si chiede come fare a costruire un populismo di sinistra, Justin Vernon (Bon Iver) e Aaron Dessner (The National) hanno provato a dare la loro risposta di populismo radical-indie con il progetto Big Red Machine, lanciato in anteprima sulla nuova piattaforma streaming chiamata non a caso PEOPLE (fateci un giro, c’è già sopra un sacco di roba bellissima): una sorta di Spotify che funziona come una conversazione aperta, una sala prove comunitaria, una festa venuta bene dove incontri il tuo mito e non ti vergogni di mollargli un demo.

Mettiamola così: l’autopromozione serve, okay non è bello farla, ma se si fa insieme magari viene meglio e ha pure più senso. Vernon e Dessner rivendicano quest’idea di comunità espansa anche in Big Red Machine, nato proprio grazie al festival “PEOPLE” di due anni fa a Berlino, dove la chiamata alle armi consisteva in una marea di artisti – famosi e sconosciuti – rinchiusi per una settimana nello stesso luogo (la Funkhaus) a partorire la rivoluzione soft di un festival antigerarchico e antisistemico. Per quanto fosse difficile non sentirsi dentro una perfetta filter-bubble in quel festival, ritrovare una comunità rispetto all’isolazionismo è già un punto di partenza.

E Big Red Machine non soltanto ha dentro l’eco di quella comunità, ma l’urto necessario per sfondare le identità di Justin e Aaron, ridurre la distanza di sicurezza, trasformare le loro due carriere in un meraviglioso flusso di agnizioni e nuove scoperte, di tenerezza adulta, come se dietro ogni singola traccia, il fantasma di ciò che è familiare (i Volcano Choir su Deep Green, per esempio) invece di creare il conforto immediato di un riconoscimento, creasse lo spazio potenziale per ciò che non lo è ancora, per un’infanzia a venire. Veronica Raimo

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