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Il nuovo album dei Bon Iver ti rimette in contatto col tuo lato umano

Unendo dolori e speranze, Justin Vernon fonde elettronica e strumenti acustici in un armonioso e caleidoscopico insieme

Per il suo primo album dai tempi di 22, A Million, Justin Vernon lima un pochino gli estremi dell’avant-pop dando più spazio a laringi umane e altri strumenti acustici all’interno di un paesaggio di synth e coltri di voci ultra-processate. Non ce lo si immaginerebbe mai a giudicare dal primo minuto (o giù di lì) del nuovo disco, che come il precedente ama le virgole nel titolo ma che però si apre con un picchiettio astratto, un tremolante AutoTune e dei battiti che sembrano più che altro estintori che esplodono. Sembra quasi una scommessa raddoppiata delle astrazioni future-pop, prima che tutto svanisca e rimanga solo la voce nuda di Vernon, sola o sdoppiata come in iMi, mentre canta profondo contro melodie disegnate con archi pizzicati. Ben presto però il beat immanente ritorna insieme alle voci effettate e un immenso sciame di ottoni da big band, il tutto unito in uno spettacolare ammasso gelatinoso.

Sembra quasi la dichiarazione di identità di un artista che ha iniziato a farsi un nome e una fanbase grazie a un LP definito da un folk primordiale, barbuto e quasi mitologico. Ovviamente, al cuore di tutti gli album di Vernon ci sono canzoni potenti, marchiate con le sue potenti e sensibili linee melodiche e un cantato mozzafiato. Anche questo disco ha un po’ di questi brani. Hey Ma si apre con quella che sembra la pulsazione di un sonar, scintillanti onde di synth e Vernon che sigilla la sua passione criptica, cantando nel ritornello frasi semplicemente brillanti come “Tall time you called your ma/Hey Ma! Hey Ma” che farebbero sciogliere ogni madre su questo pianeta.

Un’altra di queste è U (Man Like), che inizia con accordi di piano che tradiscono la presenza dell’ex pianista dei Grateful Dead Bruce Hornsby, che di fatto li suona di persona (vedi Absolute Zero, il suo recente albu, in cui interviene anche il suo superfan Vernon e i suoi collaboratori). Il pezzo è più che mai invitante, e in quel piano sinuoso si può quasi intravedere The Way It Is, il classico di Hornsby del 1986.

L’effetto generale è emozionante, in parte in parte alla lista piena zeppa di ospiti che, insieme ai co-autori del famoso future-pop (BJ Burton, Francis Starlite) include anche James Blake, Moses Sumney e vari membri dei National. Vernon infatti collabora con Aaron Dessner sia nel gruppo Big Red Machine in PEOPLE, il collettivo d’arte e piattaforma web che incoraggia la creatività più libera da catene possibile. Si può quasi sentire questa vibrazione qui in musica che è nondimeno catturante, ma che a volte può mirare un po’ troppo all’inventiva e quindi a volte offre bei momenti poco coesi fra loro.

Questo però, già di suo può offrire una soddisfazione estetica. E quando l’analogico e il manuale si uniscono nella Naeem al sapore di gospel, l’effetto è quasi ascetico. Un pezzo che fa riferimento alla crisi ecologica, così come il frammentato, snervante seguito di Jelmore. E Faith, un altro highlight, parla semplicemente di questo. Il coro di voci bianche appare, insieme ai gridolini robotici e un testo che, nonostante il significato obliquo, si muove ben dritto e luminoso, consolatorio quasi. È il suono degli artisti che conservano la speranza, a loro modo, e magari aiutano noi a conservare la nostra.

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