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Il musical di Alex Turner e gli Arctic Monkeys

"Tranquillity Base Hotel + Casino" è il "Sgt. Pepper’s" degli Arctic Monkeys: un’operazione di dissoluzione del suono e dell’estetica di una rock band dietro a un’idea.

C’era un tempo, più o meno intorno al 2001, in cui Alex Turner voleva essere uno degli Strokes. Lo ha detto lui stesso, ricordando i giorni passati a High Green (quella periferia della periferia rivendicata con orgoglio quando presentava la band dicendo “We are the Arctic Monkeys from High Green”) a sognare l’America.

«Gli Strokes sono la band che mi ha spinto a strappare i jeans sulle ginocchia» ha detto. Poi l’America è arrivata e Turner ha cominciato a trasformarsi: ha abbandono la sua adolescenza british, ha incontrato Josh Homme e le giacche di pelle, ha sbattuto la faccia contro lo star system e Alexa Chung, si è aggrappato alla chitarra e insieme alla band ha creato la sua rivincita rock’n’roll contro il mondo con tre album in quattro anni, fino al definitivo AM del 2013. Ma la storia degli Strokes deve essergli rimasta dentro perché in Star Treatment, primo brano di Tranquillity Base Hotel + Casino, l’album del ritorno, Alex Turner dice: “Volevo solo essere uno degli Strokes, adesso guarda il casino che mi hai fatto fare / Faccio l’autostop con la valigia in mano, a miglia di distanza da qualunque autostrada immaginaria”.

È l’inizio intrigante di uno degli album più attesi dell’anno: Alex Turner aveva detto che raggiunta la loro dimensione adulta gli Arctic Monkeys avrebbero cambiato terreno musicale a ogni album, e ora vuole dimostrare che diceva sul serio, spiazzando tutti. «Non lo avevo mai visto suonare il pianoforte, prima» ha detto il chitarrista Jim Cooke. Turner ha perso i confini della sua giovinezza britannica, è rimasto abbagliato dall’estetica decadente di Hollywood e ha trovato il modo di sfogare nelle canzoni la sua passione per la fantascienza. Un velo di mistero ha avvolto questo album e lo stesso Turner lo ha anticipato dicendo solo: «Ha più accordi. E parla di robe spaziali».

La base è quel tocco per i musical e la musica da cabaret che era anche di Paul McCartney, il resto è il coraggio della sperimentazione di una guitar band che decide di rinunciare alle chitarre. Tranquillity Base Hotel + Casino è la colonna sonora di un viaggio che abbandona volontariamente la strada verso gli Strokes (dopo averli superati) e si perde in una fantasia tutta sua, a metà tra film noir in bianco e nero ambientato sulle Hollywood Hills e un B-Movie di fantascienza anni ’70. Tutto gira intorno alla voce e alla voglia di Turner di essere un crooner, al suono retrò del pianoforte, all’intreccio di archi, chitarre e percussioni (Matt Helders suona come se lo avessero legato), all’atmosfera cinematografica e agli arrangiamenti rigogliosi e puliti alla Pet Sounds dei Beach Boys.

Tranquillity Base Hotel + Casino è il Sgt. Pepper’s degli Arctic Monkeys: un’operazione di dissoluzione del suono e dell’estetica di una rock band dietro a un’idea. Alex Turner vuole descrivere il suo pianeta perduto dove l’assurdo è ancora più assurdo, e anche se a volte sembra Elvis intrappolato nei suoi film, ha il merito di credere nell’evoluzione e nella sorpresa come unico destino possibile di una band e di creare una carrellata di personaggi folli (da Ultracheese a Batphone fino a The World’s First Ever Monster Truck Flip) complicati da capire, ma anche difficili da dimenticare.

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