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Il musical 2.0 dei Gorillaz

Damon Albarn ha 50 anni, e nel nuovo album della sua band digitale mette in piazza temi personali: amore, solitudine, America, droghe, depressione. Forse troppo personali

Un disco a due facce, come una partita di calcio. Games of two halves secondo la locuzione inglese. Bisognoso di numeri e canzoni da suonare nei nuovi concerti dei Gorillaz, gran tifoso del Chelsea, Damon Albarn appena nascosto dietro la maschera sdentata di 2D ne scrive una decina. La prima metà gli viene totalmente Gorillaz: pop in scatola di montaggio colorato e allegro tipo Lego. Suonato dalla squadra a cartoni animati con l’aiuto di fuoriquota come George Benson, Snoop Dogg, Jamie Principle. La seconda metà è tutta sua. Ha la stessa malinconia sottile che regge da capo a fondo l’ ultimo disco Everyday Robots e mette in piazza questioni molto personali: l’amore da adulti, la solitudine dei viaggi di lavoro, l’America, il destino dell’umanità, le droghe, la depressione. Pure troppo personali.

Chi ha perso le sfumature della sceneggiatura dei Gorillaz potrà recuperare facilmente il resto con il videoclip di Humility, girato a Los Angeles. 2D sul lungomare in skateboard incrocia l’attore Jack Black che suona la chitarra elettrica come un busker. Gli altri della band si fanno i cavoli loro. Noodle gioca a scacchi. Il nuovo cattivo Asso – dal cartone animato Le superchicche – ha sostituito Murdoc Nical in galera da un sacco di tempo. Russel Hobbs compare alla fine del video solo per fare inciampare 2d. Ha addosso la tshirt: No more Unicorns. Chissà perchè.

Damon Albarn ha appena compiuto 50 anni. Anche Jamie Hewlett, che gli ha disegnato i Gorillaz, ha compiuto 50 anni. Hanno diviso casa e fidanzate. Sono cresciuti. Hanno famiglie e figli, slanci e malinconie. Oggi Damon Albarn è capace di scrivere complicati musical e di passare mesi in Mali a registrare musica coi ragazzi di laggiù. Damon e Jamie, i resistenti degli anni ’90 sono venuti su in piena Guerra del Golfo: con i missili in diretta tv, la gentrificazione dei vecchi quartieri, lo sterminio finale del welfare, la precarietà e ancora quasi niente Rete. Non volevano insegnare nulla a nessuno. Avevano avuto in eredità il potere collettivo delle canzoni dei Beatles e dei Clash e ne hanno fatto buon uso. Il migliore possibile…

La recensione completa dell’album dei Gorillaz sarà sul nuovo numero di Rolling Stone, in edicola a luglio.

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