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Il ‘Macbeth’ di Joel Coen è pieno di difetti, e non è detto che sia un difetto

Il primo progetto in solitaria di una delle metà del duo di Bros. più celebrato d’America fa dell’opera di Shakespeare una parabola insieme stilizzata e realissima, che non assomiglia a nessuna delle versioni precedenti. Il cui punto di forza è la performance di Denzel Washington
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Ci sono solo tre streghe nel Macbeth di Shakespeare. Questa è la storia della tragedia scozzese come da sempre la conosciamo: cattivissima, nebbiosissima e – se il karma esiste – dannatamente lucida nei confronti del suo protagonista aspirante sovrano, il quale prende il seme dell’idea lanciata da quel trio di bizzarre sorelle (l’idea che lui diventerà re, appunto) e la fa metastatizzare in una sete di potere distruttiva, che arriverà a consumarlo. Quel genere di sete che fa uccidere gli amici più cari, fa fare a pezzi dei ragazzini innocenti, crea scompiglio in cambio dell’unica cosa che t’importa finché sarai vivo. Che, nel caso di Macbeth, non sarà poi molto tempo. E se ci fosse una quarta strega? Non in senso letterale, ma come figura astratta che sparge semi infidi. Un fattore che interviene nell’azione e che – con frasi sibilline che dipendono dall’interpretazione che viene assegnata loro – plasma il destino di questo tragico eroe con un misto di onniscienza divina e sacrale silenzio.

Questa lettura non comporterebbe una revisione radicale della tragedia originale, che resiste al tempo anche per questo groviglio di condizionamenti esterni nei confronti dei desideri di Macbeth che lo porta in direzioni ogni volta diverse: dipende solo dalle svolte che gli facciamo fare. I più indimenticabili adattamenti cinematografici dell’originale scespiriano hanno dimostrato, nel corso del tempo, proprio questo: dalla versione noir e low budget firmata da Orson Welles nel 1948 a Il trono di sangue di Akira Kurosawa del 1957 (dove le tre streghe erano ridotte a un unico spirito maligno, come da mitologia giapponese dei Tre Destini); fino alla celebre versione di Roman Polanski del 1971, molto discussa all’epoca per la resa sanguinaria di dettagli che Shakespeare aveva lasciato all’immaginazione. La direzione ogni volta diversa che prende la tragedia riguarda anche Lady Macbeth – la cui progressiva disillusione nei confronti dei piani del marito è palpabile nel film di Welles, mentre Kurosawa, Polanski e moltissimi altri l’hanno sempre rappresentata più come una semplice manipolatrice – e qualsiasi altro personaggio in scena.

In ogni caso, Macbeth è il più delle volte spinto verso i suoi peggiori impulsi da qualcuno che lo incoraggia a seguire i suoi interessi personali. Quello che risuona, in tutti i migliori adattamenti della pièce, è la sensazione che la colpa non è mai solo di Macbeth. La prossimità al potere scatena una febbre violentissima in tutti coloro che hanno avuto anche solo la breve occasione di brandirlo. Il fatto che tutti siano coinvolti – anche noi che guardiamo – è ciò che solletica di più la fantasia di chi si avvicina al Macbeth di Shakespeare.

Il Macbeth di Joel Coen, disponibile su Apple TV+, è al tempo stesso appagante e pieno di limiti, per moltissime motivi diversi. Ma non si può dire che manchi un senso di interpretazione genuino, quel tipo di deviazione rispetto al materiale originale che in realtà mira proprio a mettere in luce concetti che sono presenti già in partenza. Adattato dallo stesso Coen, con Denzel Washington nei panni dell’antieroe del titolo e Frances McDormand in quelli di Lady Macbeth, è, nella sua essenza, “un film dei Coen” per la visione che sembra avere del mondo. La storia è ambientata in quello che sembra un non-luogo tetro, vuoto e artificiale, ed è filmata (dal direttore della fotografia Bruno Delbonnel) in un nitidissimo bianco e nero. Il mondo di questo Macbeth sembra senza orizzonte, esattamente come le prospettive del futuro re.

Il “design” di tutto il progetto è ciò che colpisce di più in questo adattamento, così come la schiera di attori dallo straordinario talento ingaggiati, a cominciare dall’agilissima Kathryn Hunter, che interpreta le streghe. È proprio nel “design” del film che le idee mettono radici in modo più libero e convincente. Il castello del futuro re di Scozia è desolato: e la desolazione è uno dei temi cruciali di questa versione. I coniugi Macbeth non hanno figli, e sono più vecchi di come li abbiamo visti di solito. Non c’è gioia in casa Macbeth. I muri del castello sono alti ma non vi è appeso niente, a meno che non consideriate un decoro le luci e le ombre che vi si proiettano sopra. L’arredamento è minimalista. L’atrio sembra più un carcere che l’ingresso di un palazzo reale, ed è pensato con una precisa idea di prospettiva: da certi angoli, è impossibile scorgere qualcuno che in realtà è nascosto da qualche parte a osservare, vedere, ascoltare tutto quello che accade.

È difficile pensare che quella sia la casa di un personaggio interpretato da Denzel Washington. Ma questo tetro pozzo di nudità e squallore è il luogo in cui riesce a emergere, con la sua mente avvelenata dalla promessa delle streghe. Sapete come andranno le cose. C’è una battaglia; un tradimento; una conversazione tra Macbeth e il suo amico e commilitone Banquo (Bertie Carvel, le cui sopracciglia meriterebbero una recensione a parte) e le solite streghe, la cui profezia non riguarda solo la corona di Macbeth, ma anche il destino del figlio di Banquo. I due uomini non prendono troppo sul serio quello strano incontro, finché le circostanze di quel suddetto tradimento non porteranno Macbeth più vicino a ciò che le streghe avevano profetizzato per lui. Nel frattempo, Lady Macbeth, indipendentemente da suo marito (che però non fa niente per trattenerla), imbastisce un piano per uccidere il re in carica (Brendan Gleeson).

Tutte le circostanze che provocano l’azione sono molto strane, e Coen amplifica questa stranezza. Kathryn Hunter, una veterana del teatro fisico (se Peter Jackson avesse ingaggiato lei per interpretare il ruolo di Gollum, avrebbe risparmiato i milioni spesi in CGI), apre il film con un incredibile numero di contorsionismo, accartocciandosi su sé stessa come un granchio. Declama le battute di tutte e tre le streghe con una profondità che fa distinguere perfettamente ogni parola, e al tempo stesso lasciando che tutto suoni confuso e ambiguo. (Più tardi, la vedremo riflessa in uno specchio d’acqua, e avremo la conferma che sembra davvero di vedere tre donne in una.) Per non parlare del modo buffo e animalesco che guida la sua immagine sullo schermo, mentre, ad esempio, tiene il pollice di un soldato morto tra le dita dei suoi piedi, pronunciando i versi di Shakespeare. La sua performance è, di fatto, uno spettacolo nello spettacolo. In questo nuovo Macbeth, i suoi stratagemmi attoriali sono uno degli elementi più utili a costruire il mondo del film.

Mentre Hunter pone la sua fisicità su un piano quasi spirituale, l’interpretazione che Denzel Washington dà di Macbeth è molto più terrena e umana. Se in originale il titolo è The Tragedy of Macbeth, c’è un motivo: l’umanità di Washington ci ricorda continuamente che proprio di una tragedia stiamo parlando. In questo senso lavora il resto del cast, da Corey Hawkins (nel ruolo di Macduff) a Ralph Ineson e Moses Ingram, in piccole partecipazioni capaci di rafforzare quell’assenza minimalista che Coen ha ideato quasi in opposizione agli eccessi di Shakespeare. Washington, naturalmente, giganteggia. Il suo Macbeth è la sintesi di tutti gli archetipi che il personaggio ha incarnato nel corso del tempo. Il suo non è un eroe magniloquente, bensì un uomo sospettoso, un guerriero che sta invecchiando, la cui brama di potere suona ancora più comprensibile proprio perché Washington porta con sé il peso e la consapevolezza di un uomo della sua età. Un attore più giovane non sarebbe stato altrettanto convincente: in molte delle interpretazioni precedenti il rischio è stato quello di indirizzare tutto verso una generica sete di sangue. La calma di Washington offre una nuova lettura del personaggio. Certo, Macbeth resterà sempre dannato per colpa della sua stessa ambizione, ma al cuore di questa ambizione c’è l’idea che lui sta cercando di raggiungere quello che deve ottenere secondo giustizia.

Joel Coen sul set con la moglie Frances McDormand, che interpreta Lady Macbeth. Foto: Apple TV+

In questo senso, questo approccio è anche uno dei limiti del film. L’espressività di Washington, accompagnata all’affilatissima sceneggiatura che Coen ha confezionato, attenuano il linguaggio che invece il film sceglie in altri momenti. L’omicidio, da parte di Macbeth, di re Duncan (Gleeson) e il conseguente assassinio delle guardie di Duncan – sempre per mano di Macbeth – è immediatamente seguito da una spiegazione un po’ ridondante: Macbeth corre il rischio di svelarsi come assassino dicendo un mucchio di parole di troppo. La performance fredda e controllata di Washington a questo punto si fa troppo verbosa. E l’impianto da thriller del film non sempre si sposa con la profondità psicologica di Shakespeare.

Washington pone anche l’asticella molto alta nei confronti di Frances McDormand, la cui performance non è sempre naturale come quella del collega. Stranamente, nonostante l’origami fisico ed espressivo in cui si produce Hunter, la prova che suona più stonata e “attoresca” rispetto a tutto il resto è proprio quella di McDormand: il suo accento sembra ancora più falso di quello sfoderato in Nomadland e Tre manifesti a Ebbing, Missouri. Non c’è nessuna alchimia tra lei e Washington – il che è anche un bene: non avendo figli, la sete di potere è l’unica cosa che riesce a tenere insieme questa coppia, a renderla ancora, dopo molti anni, una famiglia.

Nel grande schema delle cose, questo è il Macbeth che conosciamo e amiamo: è solo diverso il suo “vestito”, così cupo ed essenziale, ed è la migliore tra le novità. Le viti sono state saldate così bene che i drammi interiori della pièce originale di Shakespeare sembrano ancorati a tutto fuorché alla realtà. Finché la realtà non fa il suo ingresso in scena: con la nebbia e il fuoco, le spade e tutte le emozioni che cozzano con la smagliante bellezza delle immagini. Con i panorami scozzesi che improvvisamente spariscono e l’azione ridotta all’osso, uno può chiedersi il perché di questo film. Dire che, in fin dei conti, questo Macbeth sembra vuoto non è una critica negativa. Coen non voleva giocare la partita degli adattamenti precedenti: ha realizzato un film che in definitiva, e a volte meravigliosamente, fa a pezzi tutti quelli che sono venuti prima. La paura è reale, anche se il décor è così astratto e artificiale.

Quanto alla “quarta strega” di cui dicevamo, ovvero la forza segreta di questa storia, basti dire che è nel personaggio di Ross (interpretato dal carismatico e allusivo Alex Hassell) che il film di Coen fa il suo intervento più radicale. Tenete d’occhio la curiosa personalità di quest’uomo che sembra fuoriuscire come una spada dal suo fodero. Non è una questione di complotti e complottisti. Fargo, Arizona Junior, Non è un paese per vecchi, Burn After Reading: Coen, insieme al suo fratello e collaboratore Ethan, conosce bene le trappole poste sul cammino di chi trama qualcosa. Macbeth è il primo lavoro di Joel in solitaria, ma è un’opera che rispecchia l’ampio universo architettato insieme al fratello. Che l’abbia fatto con questo personaggio e questa tragedia, rende il progetto ancora più affascinante.

Da Rolling Stone USA

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