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‘Il complotto contro l’America’, la storia alternativa di Roth è un’allegoria terrificante

Per tutte le connessioni strettissime tra il passato immaginato da Philip Roth e il nostro presente (leggi Trump), l’adattamento dei creatori di 'The Wire’ può essere difficile da digerire

John Turturro nel 'Complotto contro l'America'

Foto: Sky

Quando nel 2004 Philip Roth scrisse Il complotto contro l’America – una versione alternativa della Storia statunitense in cui nel 1940 il pilota Charles Lindbergh veniva eletto presidente per costituire una nuova piattaforma antisemita contro la guerra in corso – George W. Bush era vicino alla rielezione e sulla NBC cominciava la seconda stagione di The Apprentice, un reality show in cui i concorrenti venivano giudicati dal magnate dell’immobiliare newyorkese – ma con l’aria da cartone animato – di nome Donald Trump. Col Paese impegnato nei conflitti in Iraq e Afghanistan, non era un momento molto sereno per gli Stati Uniti, ma quello di Roth sembrò più il racconto di un cammino fortunatamente evitato (il vero Lindbergh era sì un isolazionista e un antisemita, ma non corse mai per la Casa Bianca) che un’infausta profezia.

In questa miniserie di sei puntate adattata dai creatori di The Wire Ed Burns e David Simon (su Sky Atlantic e NOW TV dal 24 luglio), ciò che allora sembrava fin troppo fantasioso pare ora tristemente premonitore. Come The Handmaid’s Tale, questa serie mette i brividi per come riesce a mostrare quanto la realtà abbia finito per rispecchiare il materiale originale. Ed è un altro esempio di come Simon e i suoi collaboratori sappiano realizzare prodotti di intrattenimento che al tempo stesso diventano un documento del nostro tempo.

Viviamo questa distopia attraverso gli occhi di una versione fittizia della famiglia Roth, qua ribattezzata Levin. I Levin abitano a Newark, nel New Jersey, e sono guidati da Herman (Morgan Spector), di professione assicuratore, e dalla moglie casalinga Bess (Zoe Kazan). Il figlio maggiore, Sandy (Caleb Malis), è un aspirante artista con il culto di Lindbergh (Ben Cole), mentre il piccolo Philip (Azhy Robertson) si diverte solo con la sua collezione di francobolli e durante le cene insieme alla zia Evelyn (Winona Ryder) e a suo cugino Alvin (Anthony Boyle).

L’ascesa politica di Lindbergh ricorda in modo impressionante quella di Trump. Dapprima viene sbeffeggiato dai detrattori, che sono sicuri del suo flop. Herman lo liquida come “un pilota di aerei con delle opinioni”, nella stessa misura in cui all’inizio la fama televisiva di Trump veniva usata come un elemento squalificante. Poi, Lindbergh viene visto come un idiota utile al suo partito. «È così che tutto ha inizio: pensano di poter manovrare quel tizio come vogliono», sostiene Herman. «Come con Hitler: tutti credono che lui non pensi davvero le cose che dice».

Con l’aiuto del fidanzato-rabbino di Evelyn, Lionel Bengelsdorf (John Turturro) – un ebreo cresciuto nel Sud degli Stati Uniti che parla con affetto della Confederazione schiavista e fa da consigliere spirituale al futuro presidente –, Lindy riesce a vincere le elezioni. (Secondo il disgustatissimo Alvin, Bengelsdorf sta “kosherizzando” Lindbergh agli occhi dei non-ebrei, così da farli sentire moralmente più a posto quando voteranno un uomo che in fondo sanno essere un bigotto.) Molto presto, Bengelsdorf andrà in giro a pontificare su quali sono i requisiti che rendono una persona un “vero americano”, e su come gli ebrei possono essere “assorbiti” meglio nella società se sposano una visione più rurale del Paese. Nel frattempo, il successo di Lindbergh dà a tutti il tacito permesso di tradurre i suoi terribili pensieri in azioni violente. «L’odio era lì», comprende a un certo punto Herman. «Come un mucchio di foglie secche pronto ad essere incendiato».

Zoe Kazan. Foto: Michele K. Short/HBO/Sky

I parallelismi tra Lindbergh e Trump sono più sfacciati qui che in tanti dei momenti più politici nelle produzioni firmate Simon e Burns (vedi la terza stagione di The Wire, una vera e propria metafora della guerra in Iraq). Ma Trump è una figura per la quale delicatezza e sfumature sono sempre stati temi irrilevanti. Le specifiche dinamiche dei Levin – la testarda fiducia di Herman nella natura in fondo positiva dell’America, il bisogno di Evelyn di essere legittimata, la preoccupazione di Bess per i suoi figli – e i ricchissimi dettagli d’epoca mettono una notevole distanza rispetto al caos dei giorni correnti. E anche le performance dei protagonisti sono in questo senso decisive: si prenda in particolare quella di Kazan, forse l’unico membro della famiglia che sembra vedere chiaramente quello che sta accadendo in ogni istante di questo incubo al rallentatore.

Roth non è l’unico scrittore ad aver previsto il trionfo demagogico a cui oggi assistiamo in tutti i telegiornali. In una scena presa direttamente dal romanzo, il sindaco di New York Fiorello LaGuardia cita Qui non è possibile di Sinclair Lewis e ammette: «Qui invece è assolutamente possibile che accada tutto questo». Per tutte le connessioni tra il passato immaginato da Roth e il nostro presente, Il complotto contro l’America può essere difficile da digerire, come lo erano state le pagine più dure di The Wire, TreméThe Deuce. Simon e Burns hanno creato una serie forse ancora più cupa del romanzo di partenza, ma che proprio per questo simboleggia perfettamente l’era che stiamo vivendo.