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Iggy Pop può finalmente dirsi libero

«Sento di essermi liberato dell'insicurezza cronica che mi perseguita da sempre» ha detto Iggy, che in "Free" si è dimenticato delle chitarre e della vanità rock di una vita per pensare alle sole cose che lo fanno stare bene

«Verso la fine dei tour di Post Pop Depression, ho sentito come se mi fossi liberato una volta per tutte dell’insicurezza cronica che ha perseguitato la mia vita e la mia carriera per troppo tempo» dice Iggy Pop. E non ci vuole molto a capire che con questo Free, Iggy ha voluto che tutti sapessero della bella notizia, a partire dal titolo.

«Allo stesso tempo però mi sentivo esausto. Volevo solo mettere gli occhiali da sole, girare i tacchi e andarmene via.» In poche parole, voleva essere libero. «So bene che è un’illusione, e che la libertà è solo una sensazione. Ma finora ho vissuto la mia vita convinto che quella sensazione è l’unica cosa che vale la pena di inseguire. Tutto ciò di cui hai bisogno, non necessariamente la felicità o l’amore, sentirti libero. Perciò questo album mi è successo, e il lo lascio succedere.»

Come sia riuscito poi, dopo così tanti anni, a superare le insicurezze di una vita intera, si spiega subito. Ha lasciato che altri artisti parlassero per lui, però è lui a prestare la voce. Potrà sembrare un controsenso ma è esattamente ciò che è successo. Dimentichiamoci pure la vanità rock di Post Pop Depression. Lì, per quanto ogni pezzo avesse una sua bellezza specifica, aleggiava sempre una formalità da album rock pieno di ospiti importanti quale che era.

Qui, in Free, Iggy invece è pienamente libero di non dover fare il rockettaro, di urlare, di indossare uno scintillante ma scomodissimo giacchino di pelle di fianco a Josh Homme come nella copertina di Post Pop Depression. Qui, Iggy può finalmente abbandonarsi alle incursioni parlate su strumentali nebulosi e rarefatti, formula che aveva già sperimentato con successo due anni fa in The Pure and The Damned, capolavoro ultraterreno di Oneohtrix Point Never che fa da colonna sonora al film Good Time.

Qui però, prendiamo We Are The People come esempio, l’unico elemento terreno che tiene la mente su questo pianeta è la tromba jazz di Leron Thomas—la voce baritonale di Iggy non rientra più nel dominio umano e se oggi mi dovessero chiedere che voce ha il Padre Eterno credo che la userei come reference, specie quando dice: “We are the insects of someone else’s thought /
A casualty of daytime, nighttime, space, and God / Without race, nationality, or religion / We are the people, and the people, the people”. Essere liberi, poi, passa anche dal volersi permettere un pezzo un po’ cazzaro (ma impossibile da non cattichiare) come James Bond, oppure un titolo decisamente esilarante come Dirty Sanchez, ammesso che uno sappia che cosa significa.

Menzione speciale anche per Sarah Lipstate, musicista americana (responsabile insieme a Leron Thomas di questa rinascita di Iggy) che si firma Noveller e che, con chitarra e pedaliera ricolma di effetti, sostanzialmente ha generato ognuno di questi paesaggi lunari su cui Iggy pronuncia parole al limite dello stream of consciousness joyceiano. C’è chi dice che la creatività è qualcosa che pian piano va scemando con l’età e che un passato ingombrante finisce sempre per pesare sul futuro. Iggy Pop, 72 anni, ci ha appena confermato che sono tutte cazzate.

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