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I Wilco hanno scelto il country (più o meno) per cantare la fine della frontiera

‘Cruel Country’ è un racconto distintamente americano su quel che passa per la testa della gente comune che cerca di dare un senso a un mondo diventato piccolo e indecifrabile

Wilco

Foto: Charles Harris

La prima cosa che i Wilco hanno fatto negli anni ’90 è stata mettersi alle spalle il sound alternative country del gruppo in cui aveva suonato Jeff Tweedy, gli Uncle Tupelo. Mossa saggia giacché all’epoca persino i fan di quel genere stavano cominciando a percepire come tossico il culto dell’autenticità. Ovviamente ha aiutato, eccome, il fatto che la band fosse bravissima a suonare di tutto, vedi il doppio e vario Being There del 1996 o il classico post rock del 2002 Yankee Hotel Foxtrot. Oggi le dispute circa l’autenticità non vanno più di moda, quel bagaglio culturale è stato messo da parte e i Wilco sono considerati una delle migliori band americane dell’ultimo quarto di secolo.

Questo per dire che il fatto che abbiano recuperato le radici che un tempo rigettavano non è rilevante come lo sarebbe stato 10 oppure 15 anni fa. In ogni caso non è poco, come suggerisce il titolo ironico del loro nuovo album. Cruel Country è stato registrato praticamente dal vivo. È la prima volta che la band lo fa dai tempi di Sky Blue Sky del 2007. Il loro caratteristico e ricco interplay è talmente rodato che l’album non sembra affatto improvvisato, non più di qualunque altro disco dei Wilco. È un po’ meno rifinito, questo sì, somiglia una favolosa registrazione casalinga, la migliore che si possa ottenere.

I Wilco si avvicinano al vero country in Falling Apart (Right Now), uno shuffle che ricorda lo stile twang di Bakersfield, nel valzer Please Be Wrong e in A Lifetime to Find, un honky-tonk ritmato con una dolce steel guitar e armonie vocali graziosamente sfilacciate. Si evoca per lo più l’Americana lato folk, da I Am My Mother che ricorda il Dylan periodo New Morning alle pastorali e cosmiche, modello Grateful Dead, Many Worlds e Bird Without a Tail / Base of My Skull. Le 21 canzoni scorrono placidamente, tra riflessioni personali (Ambulance) e una delle migliori canzoni d’amore passivo-aggressive di Tweedy (Tired of Taking It Out on You), col risultato che oggi ascoltare i Wilco somiglia più a un passatempo che una passione bruciante. È come andare a pescare o tifare per gli sport giovanili: se ti piace, lo fai senza problemi per tutto il weekend; se non ti piace, il livello di tedio può diventare quasi psichedelico. Ma nessuno, nemmeno un hater, può negare la consistenza e la qualità della musica.

Nonostante la lunghezza e il taglio tematico, Cruel Country non è affatto una grande dichiarazione d’intenti, anche se Tweedy dice di aver voluto usare questa musica tipicamente americana per cantare di alienazione sociale e politica degli Stati Uniti (e questo, cari fan degli Uncle Tupelo, è il punto in cui il disco diventa veramente roots). I Am My Mother apre l’album con immagini di immigrati al confine meridionale e la paranoia che suscitano, mentre Hints riflette su come l’idea di eccezionalismo americano sia stata deformata fino a diventare estremismo nell’era post Trump: “Non c’è via di mezzo quando l’altra parte preferisce ammazzare piuttosto che scendere a compromessi”. Qua e là emerge il patriottismo tradito e liberale di Tweedy. “Amo il mio Paese, stupido e crudele”, canta nel pezzo che dà il titolo all’album, un passaggio che si presta volutamente a varie interpretazioni.

I testi country sono da sempre realisti, che non è esattamente il terreno prediletto da Tweedy. A differenza di Bob Dylan o di Robert Hunter dei Dead, non è particolarmente abile nella (o particolarmente interessato alla) evocazione del passato mitico e condiviso dell’America. Preferisce trovare un modo per raccontare la propria interiorità a pezzi. Racconta la storia del Paese anzitutto attraverso le esperienze di gente comune che cerca di dare un senso a un mondo frantumato e indecifrabile. “Nell’occhio del ciclone la gente si arrangia e fa la propria vita”, borbotta in All Across the World. Sconforto e patriottismo tradito s’intrecciano in The Plains, una canzone acustica cupa sull’epoca del Covid in cui si canta la perdita della libertà di movimento in un Paese che un tempo era una frontiera sconfinata. “Aspettare, non facciamo altro”, si lamenta Tweedy. Ecco cosa sembra dirci questo disco: non c’è rimasto altro che il vuoto terrificante delle nostre teste.

Questo articolo è stato tradotto da Rolling Stone US.

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