I tre motivi che rendono ‘Pieces of a Woman’ un film speciale (uno è Vanessa Kirby) | Rolling Stone Italia
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I tre motivi che rendono ‘Pieces of a Woman’ un film speciale (uno è Vanessa Kirby)

Ci sono pure ‘La Scena’ iniziale (abilmente girata da Kornél Mundruczó) e ‘Il Monologo’ (magistralmente interpretato da Ellen Burstyn). Ma è la neodiva inglese a mettere a segno ‘La Performance’ dell’anno

Vanessa Kirby in 'Pieces of a Woman'

Foto: Netflix

Ignorate il titolo un po’ imbarazzante, che ricorda i film di Lifetime. In Pieces of a Woman, ritratto di disintegrazione di una persona e del suo processo di guarigione per provare a tornare alla normalità, ci sono tre ragioni per cui prestare attenzione a questa entrata in ritardo nella lotteria stagionale “bella gente che soffre”. (È uscito nei cinema USA ed è in streaming su Netflix dal 7 gennaio.) Il primo è “La Scena”, il pezzo forte che dà il via al dramma. Abbiamo già incontrato brevemente Martha (Vanessa Kirby, già Coppa Volpi a Venezia 77), una futura mamma a pochi giorni dal parto. Ed è stato introdotto pure il suo compagno Sean (Shia LaBeouf), un operaio edile che sta costruendo un ponte a Boston. Lei è affettuosa, brillante, materna; lui è burbero, semplice e, secondo la sua stessa descrizione, rozzo («Ecco, una parola per Scarabeo», aggiunge). Alla famiglia borghese di Martha, in particolare alla madre fragile e dispotica (Ellen Burstyn), non piace molto questo tizio, ma la coppia si ama ed è pronta ad abbracciare con entusiasmo la genitorialità.

Quando a Martha si rompono le acque, Sean la distrae con battute stupide – usa già l’umorismo da papà! – e chiama la sua ostetrica. La donna con cui si sono preparati e che doveva guidarli durante il parto in casa non è disponibile. Una sostituta di nome Eva (Molly Parker) li assisterà al suo posto. Si presenta, è alle prese con quello che si rivela essere un parto un po’ complicato… e poi le cose all’improvviso, inspiegabilmente, volgono al peggio.

Il fatto che il regista ungherese Kornél Mundruczó presenti l’intera sequenza come fosse una ripresa continua di 24 minuti suona, sulla carta, come un’altra mossa da virtuosi progettata per indurre una reazione scioccata («Come sono riusciti a farlo?!»), mista a quell’ammirazione/soggezione che si prova davanti agli spettacoli di magia. Eppure il regista, che fa il suo debutto in lingua inglese, non si lascia andare a esibizioni di abilità vuote e inutili; permettendo agli spettatori di sperimentare queste scelte sbagliate in tempo reale, stabilisce il legame con i personaggi e lascia che siano gli attori a dettare la caduta libera della scena dalla gioia alla tragedia. Scritto dalla collaboratrice di lunga data Kata Wéber, Pieces of a Woman attinge all’opera teatrale omonima di quest’ultima (oltre che a un’esperienza molto personale) e nel piano sequenza se ne possono riconoscere le origini. Ma questo aspetto funziona a favore del film. Non è l’uso fluido della cinepresa a tirarci dentro, ma sono i grugniti e le grida animalesche di Kirby, la corsa maniacale e l’incoraggiamento tenero di LaBeouf, l’autorevole figura di Parker che lentamente diventa esitante, mentre la situazione sfugge al controllo di tutti. Il piano sequenza non è tanto uno spettacolo in sé, quanto il palcoscenico per le performance.

Il film d’esordio di Mundruczó, la parabola di vendetta canina White God premiata a Cannes nel 2014, ha dimostrato che il regista era in grado di fondere i sentimenti con imprese di incredibile abilità tecnica: provate a dirigere un vero branco di trenta cani in modo che si comportino come un esercito organizzato e vendicativo. Mostrare le proprie abilità e allo stesso tempo dare agli artisti spazio per lavorare al massimo delle loro possibilità, specialmente in una storia che minaccia di finire in un territorio sdolcinato da un momento all’altro, è molto più impressionante. Per non parlare del fatto che mette in campo un cast davvero strano e unico: nominate un altro dramma che veda LaBeouf, Burstyn, uno dei fratelli Safdie, Sarah Snook di Succession e la comica Iliza Schlesinger nella stessa scena, ancor prima che nello stesso film… È un equilibrio delicato, ed è qui che entrano in scena il secondo e il terzo aspetto.

Ognuno affronta la tragedia a modo suo, dalla dissociazione alla ricaduta nelle cattive abitudini, fino ai tentativi furtivi di dimenticare il dolore scopando. (Alla luce delle notizie recenti, dire che una sequenza con LaBeouf che cerca aggressivamente di fare sesso con Kirby prima di scappare via arrabbiato metta incredibilmente a disagio è un eufemismo. C’è una furia nella sua performance che ti fa sentire un voyeur, e non in modo positivo.) Per la madre di Martha, invece, il rimedio catartico è perseguire Eva con mezzi legali. Coda: “Il Monologo”.

La matriarca ha riunito la famiglia per cena nella speranza, tra le altre cose, di convincere Martha ad andare avanti con una causa, ma lei si oppone. Così la mamma racconta la storia di come la fortuna l’ha salvata da bambina, e a quel punto Burstyn regala un’interpretazione pazzesca, quando il suo personaggio riapre una ferita vecchia di decenni. Ci sono dolcezza e dolore, grinta da sopravvissuti e garbo quasi implorante; la stessa Burstyn ha detto di aver improvvisato parte del discorso durante le riprese. Eravamo già tutti convinti che l’attrice fosse un tesoro nazionale, ma vedere il premio Oscar elevare quello che avrebbe potuto essere un esercizio stereotipato a emozione purissima è come testimoniare il potere della recitazione. È una svolta sensazionale in miniatura, grazie a qualcuno che ne ha già una carriera piena.

Shia LaBeouf e Vanessa Kirby in ‘Pieces of a Woman’. Foto: Netflix

Pieces of a Woman, però, appartiene soprattutto alla donna sull’orlo del baratro che ne è il centro, e Vanessa Kirby regala al film “La Performance”. Gli amanti del teatro londinese hanno avuto la fortuna di apprezzare la trentaduenne sul palco mentre recitava Shakespeare e Čechov; il resto di noi s’è accontentato di vederla come supporting di lusso (con la principessa Margaret di The Crown) e femme fatale/eroina action (in Mission: Impossible – Fallout, Hobbs & Shaw). Ma la sua Martha, così profondamente traumatizzata, è qualcosa di unico, un’immagine completa e a fuoco di qualcuno che sta cadendo a pezzi. È un fascio di nervi che cammina, parla, con gli occhi spalancati e vuoti: il senso di shock è la chiave della maggior parte delle scene di Kirby. È più una performance di recessione che di repressione, poiché Martha continua a ritirarsi in sé stessa o a trascinarsi intorpidita attraverso interazioni e routine. Quando si sfoga, di tanto in tanto, è come guardare dimenarsi una persona che sta annegando.

È uno straordinario esempio di come creare un approccio empatico all’agonia pezzo per pezzo, e senza mai vincere troppo facile. Ed è il tipo di performance che inquadra Kirby come attrice di prim’ordine e nuova star disposta ad aprirsi completamente per un ruolo. Qui è un’àncora necessaria per la storia, in particolare quando la sceneggiatura di Wéber e le scelte concettuali di Mundruczó virano verso un territorio più instabile. C’è sicuramente un modo per raccontare il processo di guarigione, oltre alla pesante metafora visiva di un ponte che, man mano che passa il tempo, cresce fino a diventare una struttura solida; se pensate di scorgere alcuni di quei simboli biblici che saltano fuori qua e là, un ambiguo finale à la Giardino dell’Eden vi farà capire che non state impazzendo. Nemmeno Kirby riesce a impedire che un intervento finale in tribunale crolli sotto il suo stesso peso.

Ma vederla affrontare il suo senso di maternità compensa molto e, fra i tre motivi per cui il film tiene incollati, c’è l’esperienza di mettersi nei panni, anzi, negli stivali macchiati di sangue di Martha. Tante opere trattano dolore, angoscia e rinascita come poco più che un’opportunità per offrire grandi performance. Anche Pieces of a Woman ha alcuni di quei momenti. Ma quello che alimenta il film è un senso realissimo di ciò che accade sotto il melodramma: le piccole implosioni sotto la superficie. Si scorge appena l’impatto e non la demolizione, ma il danno fatto è sempre lì. E quando tutto è finito, si vede il duro lavoro di qualcuno che riesce, si spera, a stare bene. Di nuovo.

Da Rolling Stone USA