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I The National non si accontentano di fare semplicemente un disco

Insieme all'ottavo, incredibile "I am easy to find", la band ha dato vita anche a un cortometraggio. Un'opera collettiva che dei The National ha l’anima e l’introspezione

Ogni volta che i The National annunciano un nuovo album, per la legge dei grandi numeri dovrebbe essere quello del passo falso, il disco minore, quello registrato frettolosamente o senza contenuti, con poche idee o che suoni semplicemente un po’ ripetitivo. Non è mai così, da quasi vent’anni. Non solo la legge dei grandi numeri viene smentita, ma persino ridicolizzata da un disco che puntualmente alza la posta e aggiunge un tassello imprevedibile al puzzle che la band di Cincinnati sta costruendo da inizio millennio.

I am easy to find è il loro ottavo album, ma sarebbe più corretto considerarla un’opera collettiva,nata innanzitutto dalla collaborazione con il regista Mike Mills (20th Century Women, Beginners), che un bel giorno di non troppo tempo fa, ha scritto un’email a Matt Berninger per proporgli di lavorare assieme, il quale di tutta risposta ha disfatto le valige e annullato le vacanze programmate dopo il lungo tour di Sleep Well Beast e ha affidato a Mills la direzione artistica, oltreché la co-produzione, di un progetto ancora totalmente inesistente. Meno di due anni dopo viene annunciato il progetto più ambizioso della loro carriera.

Scoprire di avere dei piedi e delle mani, imparare a leggere e a scrivere, assistere ai soliti litigi dei genitori, trascorrere una giornata al lavoro col padre, il primo “ti amo”, i conflitti con la madre, il primo giorno di lavoro, diventare madre, la morte della madre, la nostalgia dell’infanzia, i soliti litigi col marito, diventare nonna, le chiacchierate con il figlio la domenica, una malattia inaspettata. Sono solo alcune delle 164 scene che compongono i ventiquattro minuti di I am easy to find, il cortometraggio diretto appunto da Mills, con protagonista una straordinaria Alicia Vikander, che è organico ai sessantotto minuti di audio diviso in sedici tracce di I am easy to find. Una regia minimale, con immagini in bianco e nero e inquadrature fisse, per raccontare con grande sensibilità una vita intera, nella sua se vogliamo banalità o semplicità o meraviglia o fragilità, o tutto quanto assieme probabilmente, senza una spiegazione razionale, certamente.

Si parlava di opera collettiva non solo per la doppia anima audio-visiva, ma anche perché per la prima volta al centro della musica dei The National non c’è – esclusivamente – la figura a suo modo iconica del frontman, con la sua voce baritonale marchio di fabbrica: le voci sono prevalentemente femminili e si alternano tra dialoghi o monologhi che formano una piccola costellazione di punti di vista contraddittori, mutevoli e in movimento. Si tratta di Gail Ann Dorsey, Mina Tindle, Lisa Hannigan, Sharon Van Etten, Kate Stables, Eve Owen. Un’opera collettiva che dei The National ha l’anima e l’introspezione, prima ancora di quel delay della chitarra che apre You had your soul with you, del pianoforte digitale e la linea vocale di Roman Holiday, nel pathos di Light Years, ma che in realtà è molto di più di tutto questo.

È il tentativo di penetrare nei capillari dell’emotività umana con precisione microchirurgica, uno zoom profondo con la definizione dell’8K tra i pixel degli stati d’animo più comuni e non per questo complessi, un elogio ai momenti che possono sembrare futili ma che in realtà compongono i ponti verso quelli di cui invece conserviamo una memoria maggiore. Riusciamo a ricordare veramente la prima volta che ci siamo sentiti davvero soli? Il senso dei pomeriggi vuoti, l’odore delle dispense delle case in cui abbiamo vissuto, le quattro mura attorno all’adolescenza trascorsa ad ascoltare una manciata di canzoni – in questo caso Begin the begin a ripetizione –, mettere al mondo una nuova vita, focalizzare la velocità con cui tutto questo accade e temere la morte per ciò che è più di ogni altra cosa: la scissione dei legami che costruiamo con gli oggetti e le cose, andare a finire chissà dove lontani anni luce da ciò che amiamo. Se mai un giorno ci sarà un disco anche per raccontare anche tutto questo, dovrebbe essere dei The National.

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