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I Sonic Youth a Mosca, quando il rock era insubordinazione

Registrato dopo l’uscita di ‘Daydream Nation’, il disco dal vivo inedito mostra la potenza di una band nel suo momento migliore, durante un tour surreale nell’Unione Sovietica

I Sonic Youth nel 1989

Foto: Martyn Goodacre/Getty Images

Dalle riedizioni all’ingresso nel National Registry della Libreria del Congresso americano, Daydream Nation dei Sonic Youth è stato giustamente definito una pietra miliare dell’indie rock anni ’80, un album che rappresenta l’ultimo momento di gloria della scena prima che crollasse su se stessa. Prima dello scioglimento del 2011 in seguito alla separazione di Kim Gordon e Thurston Moore, la band ha suonato alcune delle canzoni dell’album dal vivo. Ma quello che non avevamo ancora mai sentito, al di fuori dei bootleg, è il suono dei Sonic Youth subito dopo l’uscita dell’album, alla fine del 1988. Tre decenni dopo, finalmente possiamo farlo grazie a Live in Moscow April 12-13, 1989.

In uno dei tanti momenti surreali di una carriera irripetibile, nell’aprile 1989 i Sonic Youth hanno suonato una manciata di concerti nell’Unione Sovietica. Non hanno calcato i palchi dei grandi teatri come avevano fatto Billy Joel ed Elton John, ma si sono esibiti in scantinati e sale di registrazione, controllati da agenti del KGB e ascoltati da ragazzini che avevano ascoltato i bootleg di Daydream Nation che giravano nel Paese. Il promoter dei concerti a Mosca, che si tennero in un hotel, ha ritrovato di recente le registrazioni di entrambi i set suonati dal gruppo, che ora sono combinati in un album disponibile sulle piattaforme di streaming (il disco è stato anche stampato in vinile in sole 300 copie).

Nonostante sia stato registrato durante due concerti differenti, Live in Moscow suona come un unico show concentrato ed è la testimonianza galvanizzante di un momento fondamentale nella storia della band. Il grosso del concerto è dedicato a Daydream Nation, che occupava gran parte della scaletta, e gli arrangiamenti non sono radicalmente differenti da quelli dell’album: Teenage Riot si apre ancora con mitragliate di chitarra, e il medley tra Hyperstation, The Wonder e Eliminator Jr. è ancora uno dei momenti più radicali e complessi dell’indie rock.

All’epoca, i Sonic Youth suonavano quelle canzoni da mesi e le performance brillano grazie a una sicurezza raggiungibile solo sul palco; la band sa benissimo quel che sta facendo e cerca di portare tutte le canzoni a un livello superiore rispetto al disco. Cross the Breeze e Kissability suonano particolarmente potenti e le urla di Kim Gordon trasformano Eliminator Jr. nella colonna sonora di un film horror.

Nell’album ci sono anche i discorsi che inframmezzavano le canzoni, chiacchiere surreali di fronte a un pubblico che probabilmente non capiva così bene l’inglese. È così che Lee Ranaldo introduce Eric’s Trip come una canzone “sull’LSD nel ’63”, e Moore annuncia Silver Rocket dicendo: “Questa canzone parla di me, mentre organizzo un personale bombardamento”. E ancora, considerando che chi aveva rapporti omosessuali poteva essere condannato a cinque anni di carcere, ecco Moore che con parecchio coraggio introduce Teenage Riot dicendo: “Questa canzone si intitola Homosexuals Are Real and Homosexuals Are Free, and Something Tells Me That You Don’t Agree” (nessuno ride alla battuta, forse per paura). A condire il tutto altri segni di quell’epoca e dell’ironia con cui i Sonic Youth guardavano la cultura pop, come gli accenni di We’re Only Just Begun dei Carpenters inseriti tra un paio di canzoni.

Daydream Nation è diventato un album simbolo di un’epoca, un monito del momento in cui l’indie rock poteva davvero smantellare la musica del passato e aprire nuove e incredibili frontiere musicali. Il rock non suonerà più così insubordinato e senza regole. Live in Moscow rappresenta la fine di un’era. Alla fine di quell’anno, i Sonic Youth firmeranno con una major e inizieranno una fase ancora più complessa in quella che sarebbe diventata la scena alternative rock degli anni ’90. Tuttavia, i temi di Daydream Nation – una società che cade a pezzi ed è incapace di accogliere nuove forme di normalità – non sono mai sembrati così rilevanti come nel 2020. Live in Moscow suona come un predicatore che grida nel vuoto e ci avverte di quello che sta per succedere. Ad ascoltarlo, però, non c’è quasi nessuno.

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