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I New Order hanno fatto pace con il fantasma di Ian Curtis

La band di Manchester si toglie un peso enorme e l'eredità con i Joy Division portata dal vivo diventa finalmente la via lontana da stereotipi e strumentalizzazioni

Foto di Warren Jackson

In Spettri della mia vita (pubblicato di recente in Italia da minimum fax), Mark Fisher sostiene che «Più di chiunque altro, i New Order sono scappati dal mausoleo dei Joy Division» subito dopo la morte di Ian Curtis «è emerso con chiarezza che il gruppo non aveva la minima idea di cosa stesse facendo a quell’epoca, né alcun desiderio di capirlo […] Si consideravano dei negromanti accidentali che si erano imbattuti per caso in una formula capace di esprimere voci dell’aldilà, degli apprendisti senza stregone. Dei golem privi d’intelligenza animati dalle visioni di Curtis (per questo, quando lui è morto, hanno dichiarato di avere la sensazione di essere rimasti senza occhi…)».

Se è vero che, come tutti ricordiamo, qualche anno fa è esplosa la moda dei Joy Division, talmente sfuggita di mano da trovare la maglietta con la copertina di Unknown Pleasures di H&M e produrre tanti meme e una pagina Facebook apposita “Vedo la gente Joy Division”, è altrettanto vero che i New Order nel fantastico mondo dei social, sono praticamente diventati quelli da condividere il lunedì con Blue Monday. Un po’ poco per la band nata dal suicidio di Ian Curtis e di cui per anni è scappata dal fantasma, stravolgendo in alcuni casi le proprie radici, diventando simbolo della synth wave anni 80, della dance di inizio 90, del virilismo british con l’inno per la nazionale di calcio ai mondiali, in generale l’altra faccia della medaglia degli abissi oscuri raggiunti dai Joy Division, l’alter-ego invertito e glitterato. Bernard Sumner e gli altri superstiti del gruppo hanno fatto i conti con questa dinamica per anni, in un brutale esercizio di rimozione perenne, per cui è diciamo in un certo senso epocale la pubblicazione di ∑(No,12k,Lg,17Mif) New Order + Liam Gillick: So it goes.. la raccolta delle performance dal vivo eseguite nel corso dell’estate del 2017, assieme al visual artist Liam Gillick.

Innanzitutto perché le performance del Manchester International Festival sono state eseguite agli Old Granada Studios di Manchester, dove i Joy Division fecero il loro debutto televisivo durante il programma di Tony Wilson So It Goes. Ma soprattutto perché in tracklist ci sono pezzi come Decades, Heart and Soul e Disorder che non eseguivano da… beh, trent’anni. Difficile non soffermarsi soprattutto su questa resa dei conti, o meglio, con una specie di accettazione, si percepisce dalle voci del pubblico in sottofondo una certa emozione e anche all’ascolto è difficile rimanere impassibili quando la voce di Sumner canta «Eccoli questi giovani con il peso sulle spalle», forse si riferisce al se stesso ventiquattrenne, praticamente costretto a salire sul palco solo un paio di mesi dopo la morte di Ian Curtis, facendo finta di niente, con un nuovo nome, ma lo stesso cuore distrutto e lo stesso peso sulle spalle. Che oggi sembrano finalmente essersi, almeno simbolicamente tolti. A maggior ragione perché nella tracklist non compare Blue Monday, perché i New Order sono molto altro, fantasmi, paranoia, alienazione, roba che non sta tutta dentro a un singolo di successo.

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