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I cowboy decadenti di Mac DeMarco

L'ormai ex golden boy dell'indie è cresciuto, pubblicando il suo disco più autentico, sporco e meno cazzaro di sempre

Dovessi scegliere un momento in cui ci si inizia a sentire vecchi, lo collocherei all’inizio dei vent’anni, quando ci si ritrova ad apprezzare musicisti più giovani di te e a tifare calciatori che avrebbero potuto essere tuoi compagni di classe. Quello è l’inizio della fine.


Quando iniziò a circolare per le prime volte il nome di Mac DeMarco il mondo dell’indie rock era in crisi e si cercavano nuove figure di riferimento, dopo un decennio di grandi fasti giunto al termine e i segnali di un grande riflusso all’orizzonte. Era il lontanissimo 2012 e Macky aveva pubblicato il primo disco ufficiale intitolato 2, dopo un po’ di EP usciti a casaccio, che gli valse il ruolo di giovane astro nascente della scena, nato a inizio anni Novanta, il che fece sentire vecchi tutti quelli nati alla fine del decennio precedente.


Sono passati un po’ di anni e ora non è facile sentirlo cantare «All of our yesterday are gone now…» quasi sul finire del suo quarto disco – Here comes the cowboy – che si presenta con una faccina sorridente in copertina, ma è intriso di nostalgia e malinconia dalla prima all’ultima traccia.

Chi sono questi cowboy in arrivo? Sono personaggi sgangherati, protagonisti di un mondo rurale ai margini delle autostrade statali statunitensi, gente sdentata, cani randagi zoppi, lune piene gigantesche. Per il primo disco uscito con la sua nuova etichetta Mac’s record label, il non più giovane DeMarco sceglie un album dal profilo basso solo all’apparenza. Il tono decadente e un po’ sfascione di Hey cowgirl e Nobody è quello di sempre, l’ironia amara di un blues disincantato di Preoccupied e della titletrack Here comes the cowboy, ci portano su un piano meno giocoso dei dischi precedenti, ma con la stessa poca voglia di prendersi troppo sul serio.

On the square ricorda gli ultimi lavori dei Blur o forse ancora di più quelli del Damon Albarn solista, ma c’è anche spazio per le chitarre lo-fi alla Kurt Vile nella lunga chiusura Bye bye e un eccezionale mezzo delirio funk-soul con Choo Choo e la bellissima ballata acustica K.


In molti considerano questo un disco minore di Mac DeMarco, la verità è che probabilmente questo è il Mac DeMarco più autentico, sporco e con poca cura dei dettagli, un po’ mesto ma sereno nel profondo del cuore, come uno che ne ha viste tante ma per indole non può fare a meno che alzare le spalle e lasciar scorrere le cose.

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