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I Coma_Cose hanno troppa fantasia

I giochi di parole hanno sicuramente fatto la fortuna del duo milanese, che oggi esce con "Hype Aura". Ma forse "Mio nonno è tropicale quindi ho un avo cado" è un po' troppo

Foto di Melania Andronic

I giochi di parole e di pronuncia dei Coma_Cose mi fanno lo stesso effetto di Fabio Celenza, il comico che doppia in pugliese i video di Mick Jagger, Donald Trump etc: non capisco se si tratta di un talento fuori dal comune o di una specie di disturbo ossessivo compulsivo che hanno saputo convertire in un fenomeno virale. In ogni caso, i più sentiti complimenti. Anche se: “mio nonno è tropicale quindi ho un avo cado; dammi una lametta che mi taglio le venerdì; menare il can per l’Ayahuasca“. Ahem… Come dicono gli stessi Coma_Cose in Granata, la traccia che apre l’album: «ho forse troppa fantasia». Beh, confermo. Decisamente troppa!

Battute a parte, il duo milanese composto da Fausto Lama e California è sicuramente una delle novità più prorompenti degli ultimi mesi che ha registrato sold out un po’ ovunque, e questo non è scontato se si considera che ha pubblicato solo una manciata di singoli e un EP. Il merito è sicuramente del formato ibrido della loro musica e dei loro canoni estetici, oltreché alla narrazione delle canzoni, destinata a una generazione che non ha assolutamente solo orecchie per la trap, con un linguaggio in continua metamorfosi e con un entusiasmo che per forza di cose non può riguardare chi fa parte delle generazioni precedenti.

Da questo punto di vista Hype Aura è ingiudicabile da chi non può capirlo per propri limiti anagrafici e idiosincratici, per esempio il ritornello di Mancarsi è peggio di una coltellata perché dice «che schifo avere vent’anni», e invece no, è bellissimo avere vent’anni! Al di là di questo, tutti e nove i pezzi – ma soprattutto Beach Boys distorti e Mariachidi – sprigionano un’energia che dal vivo farà cantare, ballare, «tirare su le mani», pogare e divertire il pubblico dei Coma_Cose, un pregio non trascurabile, anche perché troppo spesso è un risultato che si dà per scontato.

Tra versi rappati e ritornelli che sembrano Calcutta (vedi Via Gola), è difficile inquadrare i Coma_Cose in un genere specifico, che non sempre riescono a far convivere i due mondi, ottenendo risultati altalenanti: ottimi in S. Sebastiano, che forse è il pezzo di hip-hop italiano più classico, un po’ meno riusciti in A lametta, che invece non è né carne né pesce. Poi quasi sul finale arriva Squali e pensi: quanto sarebbe bello se il prossimo disco dei Coma_Cose fosse solo chitarra elettrica effettata e voce?

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