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I Chvrches raccontano gli orrori dell’era digitale



Il nuovo ‘Screen Violence’ contiene le canzoni più rabbiose mai scritte dal trio di Glasgow. È un disco cupo che a volte inciampa in una produzione troppo levigata

I Chvrches

Foto press

Un disco horror era l’ultima cosa che ci si aspettava dai Chvrches, band di Glasgow celebre per i suoni iridescenti di sintetizzatore e per la voce da elfo di Lauren Mayberry. E invece nel loro quarto LP Screen Violence Mayberry, Iain Cook e Martin Doherty trasformano ansie e paure tipiche dell’era di internet in ritornelli serissimi e canzoni stratificate, trasformando gli orpelli in tensione e ampliando gli orizzonti sonori del gruppo.

Considerando quel che è successo negli ultimi due anni, in fin dei conti questo cambiamento non è così sorprendente. Dopo i suoni fragorosi e coraggiosi di Love Is Dead del 2018, la band sembrava aver soddisfatto le proprie ambizioni mainstream con Here With Me, prodotta da Marshmello. Quella hit dance ha regalato al gruppo una certa notorietà, soprattutto dopo che i tre hanno attaccato Marshmello su Instagram a poche settimane dall’uscita, quando il produttore ha lavorato con il molestatore Chris Brown e Tyga, anche lui coinvolto con ragazze minorenni. L’attacco ha scatenato il peggio di internet, tra cui minacce di morte e di violenza sessuale rivolte a Mayberry. Poi è arrivata la pandemia, le difficoltà a connettersi con gli altri e tanto tempo a disposizione per affogare nelle disperazioni digitali. Come tutto il resto del mondo, i Chvrches suonano come se ne fossero appena usciti.

La band ha sempre abbinato al suo synth-pop una sana dose di cinico distacco, e invece i testi di Screen Violence sono i più rabbiosi della loro carriera. L’ispirazione principale è il cinema horror: la band esamina la misoginia del genere e traccia un parallelo tra il trattamento che le donne subiscono dentro e fuori dallo schermo.

In He Said She Said, Mayberry smaschera gaslighting e abusi emotivi, ripetendo “Mi sento impazzire” come un mantra disperato. In Final Girl si paragona alla ragazza che nei film slasher rimane viva fino al finale e si chiede se valga la pena sopravvivere all’industria discografica (“Dovrei smettere, forse sposarmi / Lo capirò col tempo / Forse avrei dovuto cambiare il mio accento / suonare più attraente”).

Il momento più dark è How Not to Drown con Robert Smith dei Cure. È una delle canzoni più intense dei Chvrches, ispirata dal periodo di depressione vissuto da Doherty, un momento in cui ha quasi lasciato la band. Ci sono momenti in cui il gruppo sembra pronto a lasciare che tutto cada a pezzi. “Le favole non mi confortano, quindi mandate pure in onda il grande disastro”, canta Mayberry in Lullabies. “A volte stiamo meglio dentro lo schermo”.

Nonostante i temi tosti del disco, la band non tradisce la sua esuberanza. Violent Delights ha un inizio promettente con voci lontane e fantasmatiche, ma poi esplode in un ritornello che ricorda le vecchie cose dei Chvrches. Parte della forza di He Said She Said si disperde nel pezzo successivo, California. La produzione brillante può risultare a tratti irritante, sminuendo la profondità dei tentativi del gruppo di esplorare nuovi territori. Tuttavia Screen Violence mostra una versione migliorata dei Chvrches: non sarà un’evoluzione radicale, ma è comunque un bel passo avanti.

Questo articolo è stato tradotto da Rolling Stone US.

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