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I Black Keys sono tornati, il fuoco del rock’n’roll è ancora vivo

Dan Auerbach e Patrick Carney sono tornati nella forma più autentica e rumorosa. "Let's Rock" incenerisce con fuoco ed elettricità ogni eretico che ha dubitato della salute del rock

Foto: Alysse Gafkjen per 'Rolling Stone'

Se l’official audio del primo singolo pubblicato dai Black Keys dopo quasi cinque anni totalizza 8 milioni di visualizzazioni e un paio di mesi dopo, il primo video ufficiale, ne raggiunge in poco tempo quasi tre milioni, qualcuno potrà dire che c’era tanta attesa e che l’assenza ha creato parecchio hype. Vero, ma solo in parte.

Innanzitutto perché Auerbach e Carney in questi anni non si sono ritirati sulla montagna, hanno pubblicato dischi da solisti e prodotto un mucchio di roba, oltre ad aver continuato a suonare in giro, quindi francamente l’attesa c’era, ma non è tutto. Che i Black Keys abbiano un grandissimo seguito è cosa nota, così come è consolidato il loro ruolo di giganti del loro genere, che di giganti ne conta sempre meno e se li conta è solo perché tutti gli altri sono dei nani. Okay, ma non è solo questo. C’è qualcos’altro, che può sembrare scontato, visto che ormai ogni campagna promozionale viene estremizzata fino a sfiorare il ridicolo e il pleonastico, pur di sopravvivere miracolosamente allo scroll e di allungare di qualche millesimo di secondo la soglia dell’attenzione degli utenti.

C’è stato un richiamo diverso, sin da subito, che ha compattato le fila attorno al nuovo disco del duo di Akron, Ohio. Forse è bastato il titolo, laconico: Let’s rock.

Perché chi segue i Black Keys e tutto il movimento non ha tanti desideri e non bada più di tanto ai fronzoli, vuole il blues, la nuova psichedelia, li vuole sporchi, elementari, torridi e taglienti, tutto il resto non c’entra niente, non qui, non in questa sede. La copertina è stato un altro segnale: l’elettricità, fondamentale affinché si avveri l’incantesimo e si propaghi l’onda concentrica.

Poi è arrivato tutto il resto, ovvero la musica, o meglio le chitarre, l’ingrediente fondamentale in tutta questa faccenda, su cui i Black Keys hanno consacrato tutto il proprio culto, tutta la realtà conoscibile, il viatico unico, necessario per raggiungere la Salvezza. Perché bisogna ammetterlo, in questo periodo le chitarre e l’elettricità – badate bene, l’elettricità, non l’elettronica – sono state relegate a mero culto pagano minore, per molti ha addirittura i contorni blasfemi della perversione, della nostalgia virulenta e fine a se stessa. Non fidatevi di chi sostiene queste eresie.

Il fuoco è labile ma vivo, Shine a little light conferma in apertura il primo pezzo, che però dopo pochi secondi fa divampare l’incendio, riducendo a nient’altro che cenere gli iconoclasti. Vorrei fermare questa metafora religiosa, ma è impossibile con una traccia che si intitola Walk accross the water, un brano collettivizzante, pacato e deciso, che introduce al cuore ardente al centro del disco: Tell me lies, Get yourself together e Breaking down, convincono anche quelli che finora erano rimasti scettici sul ritorno dei messia del rock’n’roll, i Black Keys più autentici e rumorosi. Queste fiamme non si spegneranno mai, Fire walk with me chiude il disco, il cammino prosegue e proseguirà in eterno, se vi siete persi, ritrovate la via seguendo la puzza di bruciato.

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