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Harry Styles è il dio gentiluomo del pop

Il nuovo album del musicista inglese, 
‘Fine Line’, è un concept rétro sulla fine di un amore scritto da un autore che ama la musica anni '70 e che ha trovato una via non tossica alla mascolinità
4 / 5

Se vi siete messi all’ascolto in cerca di indizi su quanti funghetti allucinogeni abbia preso Harry Styles durante le registrazioni del suo splendido secondo album Fine Line, sappiate che vi toccherà aspettare fino al penultimo brano in scaletta. Arriva Treat People With Kindness ed è un vero trip. Dopo aver cantato “floating up and dreaming / dropping into the deep end” su un groove a base di congas e Mellotron, Styles si affida a un coro gospel per raggiungere una spiritualità totale: “Maaaaybe, we can find a place to feeel good”, cantano tutti come se fossero in modalità musical anni ’70. “To feel good!”.

Nonostante Harry Styles Superstar sia un’idea fantastica per un disco, Fine Line non è il “magical mystery tour” che tutti si aspettavano dopo il debutto omonimo in stile classic rock dell’ex One Direction. Ma questo disco non è nemmeno il suo modo per dirci: “Ok, boomer”. Esattamente come l’abito che indossa in copertina – pantaloni bianchi a vita alta e camicia fucsia, un look rétro che sta bene anche lontano dalle sfilate di Gucci –, il disco è un semplice e festoso concept sulla vita di una rockstar. È anche divertente tanto quanto un concerto di Bruno Mars con la sua band (soprattutto quando Styles, un cantante irresistibile, si prende poco sul serio come nella ballad Cherry, biascicando le parole “haaaating” come se stesse ripetendo una delle sue battute preferite).

Con un testo-racconto sulla vita quieta e disperata di un uomo di famiglia, e un crescendo di sei minuti con annessa chitarra drammatica, She è la cosa più vicina a Sign of the Times che troverete nel disco, una sorta di omaggio a Bowie e ai Beatles. Ma le citazioni agli anni ’60 e ’70 sono sparse in tutto l’album – c’è una piccola parte d’organo, il clarinetto e lo speciale sitar elettrico modello George Harrison –, inserite con intelligenza all’interno di grandi canzoni pop ballabili come Adore You e Lights Up.

Aiutato da autori genre fluid come Kid Harpoon, Jeff Bhasker, Greg Kurstin e Amy Allen, Styles riesce anche a toccare alcuni temi cari ai millennial. Con le sue atmosfere da spiaggia, Sunflower Vol. 6 starebbe bene in una playlist accanto ai Vampire Weekend. La title track, poi, emerge da una nebbia in stile Bon Iver e cresce fino alla conclusione a base di fiati e percussioni marziali; con il giusto grado di insicurezza, perfetto per la fine di questo decennio così caotico, Styles promette: “We’ll be all right”.

Come avranno già pensato molti “Harries”, quel “noi” potrebbe far riferimento a Styles e alla sua ex, la modella francese Camille Rowe. Effettivamente, se c’è una grande tradizione rock a cui si ispira Fine Line, non è il trip lisergico ma piuttosto la prevedibile fine di un amore. Anche l’opening track, Golden, in cui Styles paragona la ragazza a una giornata estiva, si chiude su note inevitabilmente cupe: “I don’t wanna be alone / When it ends”.

In breve, nessun testo del disco richiederà studi talmudici. Se il verso di Cherry “I just miss your accent and your friends” non fosse abbastanza per farvi capire di cosa si sta parlando, la registrazione di Rowe mentre parla in francese dovrebbe chiarire le idee a tutti.

Nonostante l’album sia perfettamente impacchettato per Spotify e per lunghe discussioni su Twitter, Harry Styles si distingue dalle vecchie divinità del rock proprio per il modo con cui parla della fine di una relazione. “I’m just an arrogant son of a bitch who can’t admit when he’s sorry”, confessa nella sincopata To Be So Lonely. Nella dimenticabile ballad Falling, invece, canta per tutte le donne perseguitate da uomini bisognosi d’affetto (o peggio): “What if I’m someone I don’t want around?”. Se esiste una mascolinità non tossica, Harry Styles potrebbe averla trovata. Ed è un tipo di magia impossibile da raggiungere con gli allucinogeni.

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