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‘Handmaid’s Tale 3’, la recensione: ‘Talkin’ bout a revolution’

La serie di Margaret Atwood è ancora concentrata sul problema di come essere una donna in un patriarcato, ma, nella terza stagione, si pone una domanda nuova: quanti modi ci sono di essere un uomo che odia le donne?

Elisabeth Moss in 'Handmaid's Tale 3'

Un mese fa il governatore repubblicano della Georgia Brian Kemp ha firmato una legge che vieta l’aborto quando è possibile rilevare il battito cardiaco del feto. Da qui è partita una raffica di restrizioni all’interruzione volontaria di gravidanza (anche in caso di stupro) che si fanno strada attraverso le legislature dei vari stati americani (Alabama, Missouri, Louisiana), insieme a una domanda martellante: la nostra società è davvero solo a un “Sia lode” o due dal trasformarsi nella distopia antifemminista di Gilead?

Fuori dai palazzi della politica spesso c’erano donne con il mantello rosso e la cuffia immacolata di Handmaid’s Tale. Negli ultimi due anni le ancelle hanno manifestato anche in Europa, in Sud America e dovunque fossero in qualche modo messi in discussione i diritti delle donne. L’uniforme della schiavitù riproduttiva del romanzo di Margaret Atwood è diventata il più potente costume di protesta da quando V For Vendetta e il collettivo Anonymous hanno reso la faccia compiaciuta di Guy Fawkes un simbolo di rivoluzione.

Nelle prime due stagioni Handmaid’s mostrava in quanti modi una donna può essere oppressa da una società bigotta e patriarcale, con ciascuna delle sue protagoniste a rappresentare una possibile alternativa.

Puoi essere complice, come Serena Joy (Ivonne Strahovski), e sposare uno degli uomini ai vertici (salvo poi rendertene conto nel modo più tragico). O trarre piacere sadico nell’opprimere gli indifesi, vedi zia Lydia (Ann Dowd) con le sue ancelle. O impazzire, lo testimonia Jeanine (Madeline Brewer). Puoi dare fuoco a tutto, come Emily (Alexis Bledel), ma anche semplicemente provare a sopravvivere, come fa June per la prima stagione e mezzo o giù di lì. Oppure puoi provare a ricostruire il sistema, che è l’obiettivo della protagonista in questa terza stagione. Dove la regia rimane impressionante, continuando a mescolare il senso dell’epica con l’intimità, cogliendo sia la portata che i dettagli meno visibili di una cultura invasa da abusi. Handmaid’s resta la serie che usa i colori, i silenzi e il ghigno della sua attrice, la strepitosa Elisabeth Moss, meglio di qualunque altro show in tv.

Com’era prevedibile, con la rinuncia da parte di June a fuggire per trovare invece la figlia Hannah e la decisione di affidare Nichole a Emily che la porta in salvo in Canada, l’azione principale resta a Gilead. E i tempi narrativi si allungano, il ritmo rallenta, con interi episodi dove succede poco, ma che ci danno l’opportunità di rientrare in quella follia sistematizzata. Forse manca l’urgenza delle stagioni precedenti ma è chiaro il focus: passare dalla resistenza alla rivoluzione, che però sta impiegando un po’ troppo tempo per prendere slancio. June fissa la telecamera con apparenti promesse di rivolta, come da tradizione supportate da una canzone rock a tema rivoluzionario: resistere resistere resistere o elaborare uno schema più clandestino ma efficace?

Handmaid’s Tale è ancora concentrata sul problema di come essere una donna in un patriarcato, ma si pone una domanda nuova: quanti modi ci sono di essere un uomo che odia le donne?

Eravamo tristemente abituati al disprezzo religioso mescolato all’eccitazione che Fred Waterford (Joseph Fiennes) e gli altri comandanti manifestano nei confronti delle loro ancelle, le donne che sostanzialmente violentano perché partoriscano i figli delle loro mogli sterili. Ma nella terza stagione, il Comandante Joseph Lawrence, interpretato da Bradley Whitford, offre una nuova variazione sul tema, più radicata nella misoginia del 2019.

È lui la new entry che può davvero dare uno scossone alla storia, grazie a un’ambiguità e a una dualità intrinseche che rispecchiano le due anime dell’America secondo la Atwood: la parte intellettuale, illuminista e liberale della Rivoluzione americana e quella religiosa e proibizionista dei Padri Pellegrini. La tesi del romanzo è che, in un momento di crisi e con la popolazione diminuita a livelli allarmanti, l’America avrebbe fatto appello ai suo io più puritano. Lawrence però non sembra particolarmente religioso, conserva copie di Darwin nella sua biblioteca e non è infastidito dal fatto che June legga. È anche in grado di rispettare le donne come singoli: aiuta Emily a fuggire perché capisce di essere davanti a una persona brillante e protettiva nei confronti della moglie. Il suo disprezzo per il genere femminile è radicato nella sua visione illuminista: è il cervello dietro le politiche economiche di Gilead, umilia deliberatamente June di fronte ai suoi amici comandanti, parla di bambini e donne fertili come di “risorse”. Resta da vedere se la serie darà al personaggio una backstory all’altezza dell’interpretazione.

Un’altra carta vincente della stagione sta nel rapporto tra June e Serena Joy. La prima pensa ancora una volta di trovare in Serena un’alleata, mentre quest’ultima lotta con la perdita di Nichole e un matrimonio che forse non vuole più. Ivonne Strahovski offre una performance ancora più profonda e vulnerabile, con cui è difficile non empatizzare. Ma ogni interazione di June con gli altri personaggi, porta scritto in controluce “strategia”. Il luccichio intenzionale nei suoi occhi e il sorrisetto risoluto che non riesce a bandire dal viso tradiscono la convinzione che se gioca le sue carte nel modo giusto, può far girare la ruota almeno una volta a suo favore.

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