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Halsey + Trent Reznor = maternità gotica

‘If I Can’t Have Love, I Want Power’ è prodotto dal leader dei Nine Inch Nails e dal suo braccio destro Atticus Ross e si basa sulla dicotomia Madonna-puttana. Un travaglio, in tutti i sensi

Halsey

Foto: Lucas Garrido

Poco più di un mese fa Halsey ha pubblicato un video in cui vaga scalza per i corridoi del Metropolitan di New York ammirando Madonne col Bambino prima di svelare la copertina barocca del suo quarto album If I Can’t Have Love I Want Power. Sulla cover c’è Halsey, che in luglio è effettivamente diventata mamma, con in braccio un neonato, il seno sinistro scoperto, una riproduzione del dittico gotico di Melun di Jean Fouquet.

Ha un senso. If I Can’t Have Love I Want Power è un concept album drammatico e volutamente teatrale, a volte ampolloso, basato come ha detto la cantante sulla dicotomia Madonna-puttana. Niente di nuovo. FKA twigs ha esplorato l’argomento nel formidabile album del 2019 Madgalene e Madonna, la cantante s’intende, ha costruito una carriera sul binomio virtù-desiderio. Quel che rende interessante il disco di Halsey è che il concetto s’incarna nella maternità d’un’artista convinta che nel corso degli anni il suo corpo «sia appartenuto al mondo in tanti modi». L’idea, ha scritto su Instagram, è far coesistere in modo pacifica e potente il suo essere sensuale e materna.

Come suonasse tutto questo è rimasto un mistero fino all’uscita del disco. Halsey non ha pubblicato singoli, capovolgendo la classica strategia promozionale che consiste nel far uscire in anticipo un certo numero di canzoni. Ha scelto invece di stuzzicare la curiosità dell’internet annunciando che l’intero album era prodotto da Trent Reznor e Atticus Ross dei Nine Inch Nails e pubblicando un trailer per un film IMAX diretto da Colin Tilley uscito negli Stati Uniti. Un po’ come l’artwork, anche le scene erano una miscela di horror e grandeur medievale, con Halsey al centro della scena, una regina incinta. Forse non a caso, l’album inizia con gli accordi inquietanti di pianoforte di The Tradition che aprono la strada alla cupezza di Bells in Santa Fe, con il beat (anzi, il «minaccioso beat» come recitano ammiccanti i crediti) di Kevin Martin (The Bug). “Non è il lieto fine”, dice Halsey su una base industrial di Reznor e Ross.

Madonne col bambino: una parte del dittico di Melun di Fouquet e la copertina di Halsey

L’album dà il meglio quando non fa di tutto per essere profondo e quando non usa la produzione dark per supplire alla mancanza d’intensità. I momenti migliori sono quelli in cui Halsey asseconda la sua natura pop e al tempo stesso sperimenta nuove strade. In Easier Than Lying il sound somiglia effettivamente a quello dei Nine Inch Nails, ma il disco funziona meglio in momenti di grande libertà come Girl Is a Gun. C’è di tutto: la voce di Halsey si libra sulle chitarre di You Asked For This e sul pop-punk di Honey, costruito sul beat di Dave Grohl. La presenza di quest’ulitmo, come del resto quella della chitarra di Lindsey Buckingham in Darling, è significativa del recupero del rock che va di moda e al tempo stesso rafforza le credenziali alternative pop di Halsey.

Dal distopico debutto del 2015 Badlands alla versione moderna della storia di Romeo e Giulietta contenuta in Hopeless Fountain Kingdom del 2017, Halsey ha sempre dato prova di amare i concept. Concept che qui è però astratto. Nonostante abbia parlato apertamente della sua esperienza con l’aborto spontaneo e l’endometriosi, non usa l’approccio confessionale del disco precedente Manic. Sentimenti contrastanti sono rappresentati da vari personaggi e dagli impulsi evocati nei testi, da quello sessuale di You Asked for This alla vulnerabilità di 1121 fino alla spudoratezza di I Am Not A Woman, I’m A God: “Non sono una donna, sono un dio, non sono una martire, sono un problema, non sono una leggenda, sono un’imbrogliona, tieniti il cuore, ne ho già uno”.

Nella tenera Ya’aburnee, che prende nome da una parola araba che esprime il desiderio di morire prima della persona che ami, Halsey sembra trovare una forma di risoluzione. È un bel finale che evoca il sentimento tipico di esce dall’esperienza trasformativa della maternità, un senso di sacrificio di sé e di arrendevolezza. Un po’ come il resto dell’album, la canzone è più evocativa che diretta, e perciò il suo significato è aperto alle interpretazioni. If I Can’t Have Love, I Want Power non contiene dichiarazioni definitive sulla maternità o la provvisorietà, né sarebbe giusto aspettarle. Halsey elabora la bellezza e la brutalità di quelle esperienze, e anche questo è un bel travaglio.

Questo articolo è stato tradotto da Rolling Stone US.

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