Home Recensioni

Grimes vuole vedere il mondo bruciare

In ‘Miss Anthropocene’ la cantante veste i panni della dea malvagia del cambiamento climatico. In pratica, la versione cyberpunk di Nerone

Illustrazione: Natalie Foss per Rolling Stone

Non c’è un solo responsabile del cambiamento climatico. Col passare del tempo e il peggiorare della situazione, comprenderne tutte le cause è diventato pressoché impossibile. Non possiamo dare la colpa alle perdite di petrolio o ai sacchetti di plastica: la crisi climatica è onnipresente come l’aria che respiriamo e il cibo che mangiamo. Di fronte a una sfida tanto vasta c’è la tentazione di semplificare la questione e fingere che il problema sia facilmente risolvibile. Lo si può fare, ad esempio, attraverso un processo di personificazione. Ed ecco che Greta Thunberg non è più solo una delle tante attiviste, ma una supereroina. Allo stesso modo, per Claire Boucher il cambiamento climatico è personificato da una dea maligna che dà il nome al suo quinto album, Miss Anthropocene.

Da una decina d’anni Boucher pubblica a nome Grimes pezzi synth-pop decisamente strani, a volte meravigliosi e a volte terrificanti. La sua musica è per metà Mariah Carey e per metà Marilyn Manson, è un po’ bubblegum e un po’ dark, ed è interpretata con voce celestiale, una sorta di Hatsune Miku indemoniata. A partire da Art Angels del 2015, il suo disco più bello e accessibile, Boucher è diventata famosa per la presenza online e le dichiarazioni controverse. Twitter è impazzito quando nel 2018 lei ed Elon Musk hanno confermato la loro relazione. Lo scorso mese Boucher ha annunciato di essere incinta e l’ha fatto con una foto mezza nuda e iper-reale su Instagram in cui appariva con un feto nella pancia. In un’intervista a Crack dell’aprile 2019 ha deplorato la tendenza alla post verità del giornalismo, descrivendo le sue tendenze politiche come folli e spiegando che la dea antropomorfa del cambiamento climatico protagonista del suo nuovo album è almeno in parte ispirata dai problemi che ha avuto con la stampa.

Claire Boucher ha una certa esperienza nell’interpretare la parte della cattiva (un articolo del New Yorker la descrive ragazzina, mentre terrorizza le compagne di classe facendo finta d’essere il demonio), e pure nel trattare i temi della tecnologia e dell’apocalisse ambientale. Ma dopo avere passato buona parte del decennio nel territorio del cantautorato pop, in Miss Anthropocene torna a una forma primordiale di nu metal. Circola un’aria avvelenata in canzoni come i sei minuti iniziali di So Heavy I Fell Through the Earth. Mentre la voce di Boucher si libra sulla stratosfera, rombi di synth rumorosi la riportano giù, fino a farla sprofondare al centro della Terra.

L’album affoga in quest’atmosfera da apocalisse imminente, poi cerca di accettarla e infine di diventare una cosa sola con essa. La genuinamente innovativa 4AEM, che si apre con un collage di ritmi tropicali, mescola la storia di un approccio notturno in una sorta di inno da battaglia in stile La cavalcata delle Valchirie, costruito attorno a un sample del film di Bollywood Bajirao Mastani. Violence tratta il problema dello sfruttamento delle risorse naturali del pianeta tracciando un parallelo con il sadomasochismo, con Boucher che minaccia: “I’m, like, begging for it, baby / Makes you wanna party, wanna wake up / It’s violence”. (Questo pezzo sottolinea uno degli aspetti più confusionari dell’album: Boucher interpreta un messaggero connivente del cambiamento climatico o la personificazione di un pianeta morente? Aspetta la fine del mondo o l’idea la distrugge?).

Boucher sembra determinata a suggerire che, sia liricamente che fisicamente, abbia raggiunto un piano più elevato d’esistenza. “You know me as the girl who plays with fire / But this is the song I wrote you in the dark”, canta in My Name Is Dark, dove descrive “l’apocalisse imminente” come “una gran figata”. Tuttavia, anche quando sembra celebrare l’idea di un mondo in fiamme, come una sorta di Nerone cyberpunk, i suoi problemi sembrano familiari e molto umani. Anche nella semi-acustica Delete Forever, scritta come un tributo a Lil Peep e a tutti gli artisti caduti nella crisi da oppiacei, Grimes non resiste e si auto-definisce tossicodipendente (“Always down, I’m not up / Guess it’s just my rotten luck / To fill my time with permanent gloom”). You’ll Miss Me When I’m Not Around, che suona come una canzone di Kacey Musgraves, vela la minaccia dell’estizione collettiva con l’infantile manifesto “you’ll love me when i’m dead”. La popstar interpreta personaggi, ma travolti da tutto questo caos surreale, e dall’umanità che nasconde, è difficile capire se voglia empatia o venerazione.

Miss Anthropocene è senza dubbio un disco ambizioso, e l’obiettivo di accrescere la coscienza collettiva sul tema del cambiamento climatico è nobile. “Voglio darvi un motivo per pensarci”, ha detto al Wall Street Journal lo scorso anno. “Voglio rendere questa crisi bella”. Tuttavia, tutto quello che l’album ha davvero da dire sul tema è perso nel mezzo di un naufragio composto con estrema cura per i dettagli. Arrivati alla fine, Boucher abbandona ogni atteggiamento malvagio per lasciare spazio alle sue fantasie utopiche. “We could play a beautiful game / You could chase me down / In the name of love!”, canta estaticamente in IDORU accompagnata dal canto degli uccelli e da tastiere chiptune. È un finale molto più ottimista di quanto lasciava intendere la traccia precedente, Before the Fever, in cui Boucher balla mentre il pianeta va a fuoco. Interpretare la Maria Antonietta del cambiamento climatico sembra una scelta sensata per un’artista che ha dichiarato di essere pronta a lasciarsi sostituire dall’intelligenza artificiale – e che ora ha i mezzi economici per far sì che accada davvero. Forse ascoltare Miss Anthropocene renderà il passaggio di consegne meno amaro per tutti.

Altre notizie su:  Grimes