Goat Girl, la recensione | Rolling Stone Italia
Recensioni

‘Goat Girl’, sensuali e incazzate

Dopo un singolo la band ha firmato con Rough Trade e aperto i concerti di gruppi enormi: ora mantengono le promesse con un primo album aggressivo, con il desiderio di un riscatto che non sia individuale.

Se la situazione politica di un Paese è l’indice per speculare sulla musica che verrà, nel clima post-Brexit si è parlato parecchio di una nuova ondata che riportasse l’antagonismo al centro della produzione musicale: un misto di incazzatura e contestazione per reintegrare nella dieta un pugno di temi politici, dopo aver averli considerati per anni alla stregua dei grassi saturi.

Prendiamo un’artista come Kate Tempest, diventata l’icona di tutto ciò che è stato sottratto alla sua generazione e abilissima nel trasformare la sua rabbia in una forma godibile di hype. È in questo contesto – e in tutto ciò che si muove intorno al Windmill di Brixton – che arrivano anche le Goat Girl. Dopo un singolo, la band ha già firmato con la Rough Trade, aperto i concerti dei The Fall e Fat White Family, ricevuto l’endorsement del Guardian, posato per le riviste giuste e creato una solida aspettativa da filter bubble cool ma impegnata.

Nel primo album, le Goat Girl hanno mantenuto le promesse consolidando un’identità da guitar band capace di smarcarsi da un’aggressività testosteronica fuori tempo e fuori luogo. Goat Girl è un disco sincero e riuscito, una fenomenologia della South London contemporanea con tutte le sue ambizioni frustrate e il desiderio di un riscatto che non sia solo individuale.

Se bisogna tirare fuori il nome di P.J. Harvey come accade sempre quando si parla di musiciste, è la stessa band a ironizzare: “Alla gente piace fare i paragoni con tante cose, ma ha senso? Tipo: oh, siete come P.J. Harvey significa che non siete brave quanto lei”. E fanno bene le ragazze a rivendicare questa distanza perché già dal loro esordio hanno trovato un sound personalissimo, sensuale e incazzato, pezzi brevi e incisivi, un post-punk ammaliante con accenni di krautrock, riff blues e country, testi che rispecchiano la frammentazione schizoide di una città in via di ridefinizione come la Londra di oggi.