Glow, la recensione della seconda stagione | Rolling Stone Italia
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‘Glow’, oltre allo spandex c’è di più

Non solo wrestling: quella di Netflix è una serie sulle donne, che fa pensare e ridere molto

Il bello di GLOW è che, oltre al cuore grande delle comedy sui disadattati degli anni ’80, alla divertita e divertentissima eccentricità, all’estetica appariscente e alla colonna sonora synth-heavy, c’è di più. Molto di più.

GLOW è consapevole delle sue stesse contraddizioni, messe in scena apposta per trafiggere il sessismo e i pregiudizi. Sotto ai dialoghi vivaci, ai costumi sintetici e ai capelli cotonati ha molto in comune con The Handmaid’s Tale: il contesto di genere (anche se diversissimo), lo spettacolo sul corpo femminile, l’empowerment. Tutta roba che oggi scotta più che mai.

Dopo aver girato la puntata pilota, le Gorgeous Ladies of Wrestling devono ora affrontate le riprese dell’intera serie. Le sfide si moltiplicano: c’è una new entry nella sorellanza; Debbie (Betty Gilpin) vuole diventare un produttore, scontrandosi con il maschilismo del team; e Ruth (Alison Brie, com’è possibile che non le abbiano dato una parte da protagonista prima?!) si è allontanata dalle persone amiche all’interno della squadra: la stessa Debbie, intenzionata in qualche modo a punirla ancora per essere stata a letto con il marito, e il regista Sam (Marc Maron), che non tollera il suo eccessivo spirito di iniziativa. Imperdibile le sequenza in cui le ragazze filmano la sigla dello show.

Se nella prima stagione GLOW aveva dimostrato di saper unire l’umorismo al dramma costruito su molti livelli, nei nuovi episodi continua a essere intelligente e sovversiva. Sempre sotto il luccichio dei glitter, ovviamente.

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