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‘Gloria Bell’, la recensione: Julianne Moore balla (e canta) da sola

Il regista cileno Sebastián Lelio fa il remake hollywoodiano del suo film del 2013. E funziona, perché la sua protagonista è un'eroina universale

Non succede un granché in Gloria Bell. La protagonista avrebbe potuto più convenzionalmente essere l’eroina di una commedia romantica, con tanto di scene zuccherose e tutto il resto, oppure il personaggio di un thriller, magari al centro di una relazione tormentata. E invece niente: se vi aspettate colpi di scena amorosi o rivelazioni inquietanti rimarrete delusissimi. A meno che non abbiate già visto Gloria, il film del 2013 diretto da Sebastián Lelio, di cui questo film è il remake americano. Allora saprete cosa aspettarvi: un ritratto al femminile totale, sincero e disarmante come non se ne vedono quasi mai.

Quello che succede con Gloria Bell è qualcosa di piuttosto raro per il cinema, e cioè che un rifacimento hollywoodiano non tema il confronto con l’originale. Quel film, baciato dall’interpretazione della cilena Paulina Garcia (Orso d’argento alla Berlinale nel 2013), ha acceso una spia rossa, come se gli studios americani si fossero resi conto all’improvviso di essere a corto di ruoli altrettanto stratificati e reali per un’attrice ultra cinquantenne. E così quel film Julianne Moore l’ha visto e l’ha amato al punto da voler essere Gloria e da chiedere allo stesso Lelio di dirigerlo. Il regista, deus ex machina del nuovo cinema cileno insieme a Pablio Larraìn, ha vinto l’Oscar per il miglior film straniero lo scorso anno con Una donna fantastica (in cui una transgender vede il suo mondo cadere a pezzi quando muore il suo compagno) e ha girato Disobedience, storia d’amore lesbo all’interno di una comunità di ebrei ortodossi. Insomma Lelio ha un talento nel decostruire archetipi femminili tradizionali in modi totalmente inediti.

Sebastián Lelio e Julianne Moore sul set

Se siete perplessi – oddio un altro remake, non se ne può più – e vi state facendo l’eterna domanda – perché rifare qualcosa che già funzionava benissimo? – vi basterà vedere i primi 5 minuti, dove la camera cerca la Moore mentre balla in un night-club. Gloria infatti è una donna di mezz’età con un divorzio alle spalle, due figli grandi, un lavoro mediocre. Vive da sola, se non fosse per un gatto che si è deciso ad adottarla come padrona, nonostante le rimostranze di lei, e la sua vita sociale si svolge principalmente sulle piste da ballo di locali notturni frequentati da coetanei single. Una sera incontra Arnold (John Turturro), un divorziato timido, proprio come lei. Si piacciono, si frequentano ma le cose non vanno esattamente come dovrebbero…

La versione di Gloria interpretata da Julianne Moore è più allegra e naturalmente affascinante (pur sempre senza vanità) di quella minimale e dolente di Garcia, ma entrambe fondano il personaggio su un’autenticità e una compassione che riempie la storia, lo schermo, tutto. Sullo sfondo Los Angeles sostituisce Santiago e Lelio, con un buona dose di esperienza in più, adatta i meccanismi al cinema hollywoodiano ma non si arrende ai cliché. Se nel film originale Gloria incarnava il volto contemporaneo del Cile e le speranze del regista per il proprio Paese, qui si perde quel radicamento perché diventa tutto più universale, con parte del focus che si sposta (inevitabilmente, dopo #TimesUp e #MeToo) anche sulla guerra contro uomini senza palle.

Gloria è un mix tra la Eleanor Rigby dei Beatles e la Dancing Queen degli Abba, sola, fragile ma sempre sorridente e vitale dietro gli occhialoni alla Tootsie, in un racconto dal tono caldo ma mai sentimentale o sdolcinato, che qui tocca nota più apertamente comiche: la Moore e Turturro sono carismatici e divertenti, anche quando devono mettere in scena l’imbarazzo del romanticismo e del sesso in una relazione in erba.

Il resto lo fanno la fotografia (che alterna il pesca pastello a colori al neon) e la colonna sonora, con le musiche che parlano di e con la protagonista: lo stesso Lelio paragona il remake a una cover di Gloria di Umberto Tozzi, che immancabilmente sentiamo nella versione di Laura Branigan. La Moore si scatena anche sulle note di Ring By Bell di Anita Ward e canta A Little More Love di Olivia Newton-John e Love Is In The Air di John Paul Young in auto mentre va al lavoro (vedi la clip esclusiva in testa). E quando trova un’interprete così, Gloria diventa un’eroina universale che ha la forza di trascendere i contesti e non ha bisogno di uomini: perché alla fine l’importante è ballare, pure da sola.

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