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Gli X dimostrano che il passato non passa mai

Il nuovo album degli eroi del punk-rock americano ‘Alphabetland’ sembra il sequel dei classici degli anni ’80. Si canta di libertà, coraggio, divertimento

Gli X nel 2020

Foto: Kevin Estrada

Le eminenze grigie del punk americano hanno avuto il coraggio di fare un nuovo disco dopo 30 anni. Solo tre anni fa, gli X dicevano che non ci avrebbero nemmeno provato. Erano tornati a suonare assieme da molti anni, ma giuravano che se avessero tentato di incidere un album di inediti non ci sarebbe stata alcuna alchimia fra di loro. A quanto pare si sbagliavano.

Alphabetland è il loro ottavo album, il primo con il chitarrista rockabilly Billy Zoom dai tempi di Ain’t Love Grand! del 1985 (CD e vinile usciranno il 21 agosto, ndr). È un disco strano se paragonato ad altri comeback album: sembra il sequel dei loro classici anni ’80, e funziona. I temi di cui cantano in modo poetico John Doe ed Exene Cervenka sono quelli di sempre: libertà, coraggio, divertimento, non necessariamente in quest’ordine.

I temi non bastano: l’album funziona perché evoca il classico stile degli X. Cervenka e il bassista John Doe si sforzano di armonizzare le loro voci come un tempo, Zoom tira fuori lo stile figo e rétro grazie al quale ha guadagnato un ingaggio con Gene Vincent prima ancora che con gli X, mentre il batterista D.J. Bonebrake tiene assieme il tutto con ritmi che emulano il beach rock tipo i Ramones. Non la tirano per le lunghe: giusto una canzone supera i 3 minuti e l’intero album dura meno di mezz’ora.

Uno dei motivi della buona riuscita del disco è che tre pezzi risalgono agli anni d’oro della band. Gli X avevano registrato i demo di Delta 88 Nightmare, Cyrano deBerger’s Back e I Gotta Fever (allora intitolata Heater) all’epoca del capolavoro Los Angeles del 1980 e di Wild Gift del 1981. Avevano persino pubblicato i demo come bonus di alcune ristampe. Delta 88 e Fever sono punkabilly festaioli, mentre Cyrano, già apparsa in altra versione nell’album del 1987 See How We Are, è una rielaborazione della commedia di Rostand che non ti si stacca più alla testa (e con in più un assolo di sassofono di Billy Zoom). Oggi i quattro sembrano più maturi di un tempo e le voci di Doe e Cervenka si fondono meglio che in passato, ma è evidente che rimettere mano a pezzi del loro periodo classico li ha ringiovaniti.

È forse con questo spirito che il gruppo ha scritto altre otto canzoni che potrebbero tranquillamente venire dai primi anni ’80. Quando Doe e Cervenka cantano è come se gli ultimi 40 anni non fossero passati. Continuano a parlare di disparità di classe (Water & Wine), a scherzare sull’infedeltà (“Avrei potuto essere una moglie doppiogiochista, lo ero in un’altra vita”, canta Cervenka in Star Chambered), a raccontare in modo figo piccoli fatti della vita (in Goodbye Year, Goodbye ad esempio cantano di ubriacarsi a Capodanno).

L’unico pezzo che lascia perplessi è l’ultimo, All the Time in the World, una canzone jazzy sul tema della morte recitata da Cervenka, con la chitarra d’atmosfera di Robby Krieger dei Doors. È una stranezza che non viene voglia d’ascoltare più di una volta, anche se il testo in cui Cervenka si lamenta del fatto che tutto nella vita “è stato divertente finché è durato” potrebbe appartenere a qualunque loro vecchio disco. Parafrasando il testo, non sarebbe male se durasse almeno fino al prossimo album.

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