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‘Gentefied’: L.A. e nuvole, la faccia gentrificata dell’America

Come raccontare le minoranze oggi? Semplicemente seguendo le loro storie. Perché i dettagli culturali rimangono importanti, ma non sono più la cifra determinante

Joaquin Cosio, J.J. Soria e Carlos Santos in 'Gentefied'

Foto: Kevin Estrada/Netflix

Quando il panorama televisivo era molto più ristretto e, soprattutto, bianco come il latte, tutte le serie incentrate su minoranze etniche si caricavano sulle spalle l’ingiusto peso di dover rappresentare quel gruppo specifico. Lo show anni ’90, e sfortunatamente poco longevo, All-American Girl di Margaret Cho non poteva essere solo un’eccentrica sitcom famigliare, perché era il primo esempio di telefilm con al centro un clan americano di origine asiatica. Più tardi, lo showrunner Steven Bochco provò a diversificare l’universo televisivo con City of Angels, una serie ospedaliera con Blair Underwood e Vivica A. Fox; ma il prodotto sembrò minato alla base proprio dall’autoconsapevolezza di essere uno dei pochissimi drammi tv con un cast perlopiù nero.

Nel più vasto e inclusivo mondo della Peak Tv, c’è spazio per raccontare, semplicemente, delle storie. I dettagli culturali rimangono importanti, ma non sono più la cifra determinante di tutti i membri del gruppo etnico sottorappresentato di turno.

Gentefied, la nuova serie Netflix creata da Linda Yvette Chávez e Marvin Lemus, mostra efficacemente i vantaggi di questo panorama più inclusivo. La storia di questa famiglia statunitense di origini messicane che gestisce un taco shop a East L.A. e fronteggia l’avanzare della gentrificazione non è l’unico show capace di descrivere questo preciso territorio geografico e antropologico. Lo stesso tema è affrontato dalla bellissima Vida, prodotta da Starz, in cui viene usata la parola “coconut” (“cocco”, ndt) come insulto contro le persone di colore che, interiormente, vogliono essere come i bianchi. Sollevata dall’onere di dover essere l’unica serie su questa zona cittadina e umana, Gentefied può dunque concentrarsi sui personaggi del suo cast così variegato tanto quanto sulle forze sociopolitiche che rendono le loro vite così complicate.

La serie è confezionata per tradire le nostre aspettative a ogni nuovo sviluppo. A cominciare dalla scena iniziale, in cui Erik (J.J. Soria) pedala nel suo quartiere guardandosi attorno. Scopriamo che sta andando a riportare un libro preso in prestito nella biblioteca di zona e ci chiediamo come sia possibile che in quella succursale ci sia una copia dei 5 linguaggi dell’amore. È uno spunto molto efficace: del resto, Gentefied dimostra da subito quanto Erik e i suoi cugini Chris (Carlos Santos) e Ana (Karrie Martin) siano dei ventenni digitali alla stregua di tutti i coetanei di qualsivoglia estrazione. Erik non vede l’ora che il loro nonno burbero e vedovo Pop (Joaquín Cosío) si prenda una pausa dal taco shop e ricominci ad uscire con qualche donna («Dai che ti apro un profilo su Bumble, viejito!»), mentre Chris pensa a come trasformare la bottega in un indirizzo “instagrammabile” per turisti bianchi.

Gentefied mostra abilmente quanto possano essere diversi i membri di una famiglia così estesa. Pop preferisce ancora parlare in spagnolo piuttosto che in inglese, mentre l’aspirante chef Chris è così integrato che lo staff della cucina del ristorante in cui lavora lo prende in giro per il suo essere poco messicano. Erik, dal canto suo, non ha nessun interesse a lasciare il quartiere, mentre Chris e Ana, dall’animo artistico, hanno sogni che potrebbero portarli lontani dal luogo in cui sono cresciuti. Tutti sanno già quanto la vita remi contro di loro. Come dice Yessika, la fidanzata di Ana, «i bianchi possono pure amare le nostre stronzate, ma non ameranno mai noi».

Come molte delle serie comedy attuali, questa è una commedia più in teoria che nella pratica, anche se il terzo episodio – quello in cui Chris si offre di sostenere un test di “messicanità” per far smettere i suoi colleghi di prenderlo in giro – è decisamente divertente. Ma gli autori e gli attori rendono il quartiere e i suoi abitanti così vividi e interessanti da trasformare Gentefied in una creatura rara: un vero e proprio luogo di ritrovo a episodi. E, sebbene il focus sia soprattutto su Pop e i suoi nipoti, c’è pure spazio per qualche deviazione “antologica”: vedi l’episodio incentrato su Javier (Jaime Alvarez), un musicista mariachi che cerca di sbarcare il lunario in una società in cui tutti preferiscono ascoltare la musica sullo smartphone.

Gentefied è una serie intelligente e con un grande cuore. E, anche se arriva dopo che la tv ci ha già dato esempi come Vida, One Day at a Time, Los Espookys, On My Block, Alternatino with Arturo Castro e tanti altri, non è stata pensata per portare avanti la teoria della Grande Unificazione dei Latinos. Racconta, semplicemente, le sue storie. E lo fa molto bene.