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Genio al lavoro: ecco le ‘Hot Rats Sessions’ di Frank Zappa

Grazie a sette ore e passa di musica, il cofanetto contiene tutto quello che vorreste sentire dell’album del 1969, e molto più
4 / 5

Frank Zappa è forse l’unico artista che da morto è prolifico quanto lo è stato da vivo. E non è una cosa da poco giacché nei suoi 52 anni di vita ha pubblicato qualcosa come 62 album. Da quand’è morto nel 1993, gli eredi hanno dato alle stampe un’altra sessantina di dischi rendendo ancora più difficile districarsi nel suo catalogo labirintico e consegnando molti gioielli da scoprire. L’ultimo è The Hot Rats Sessions, sei CD che permettono di entrare nel mondo del terzo album di Zappa coi Mothers of Invention, il capolavoro del 1969 Hot Rats.

L’album originale comprimeva jam jazz-rock e improvvisazioni cosmiche in 43 minuti. Era “un film per le orecchie”, come recitavano le note di copertina. Ora, grazie a 7 ore e 19 minuti di musica, possiamo sentire quasi tutte le 43 fantastiliardi di note che Zappa e la sua band hanno inciso per l’album. Per un altro artista sarebbe impensabile. Ma si tratta di Frank Zappa, un culto adorato da fan che non vedono l’ora di ascoltare 43 fantastiliardi di note, gli stessi che non si fanno alcuno scrupolo ad andare a sentire l’esibizione di un ologramma del loro idolo solo perché le parti vocali sono tratte da un bootleg inedito. Trattandosi di Zappa, insomma, l’ascolto non somiglia alla razzia di una tomba, ma a una spedizione antropologica.

Frank Zappa si è sempre considerato anzitutto un compositore – la vedova Gail sperava che un giorno qualcuno facesse un documentario sul marito spiegando “perché cazzo a qualcuno viene in mente di diventare un compositore” – e in The Hot Rats Sessions potete ascoltare un compositore geniale al lavoro. Per i fan che già conoscono Hot Rats, i suoi quadretti bizzarri e i suoi personaggi – la stravaganza dei synth che in Peaches En Regalia sembrano kazoo, gli ululati sconci di Captain Beefheart in Willie the Pimp, quella specie di filmino educativo che è Little Umbrellas – il cofanetto è un manuale che ne rivela la costruzione. Ogni canzone è proposta in varie versioni, ci sono provini, mix che mettono in evidenza certi strumenti, remix. È un po’ come nel libro Gray’s Anatomy, quando si sollevano le pellicole trasparenti per vedere i muscoli sotto la pelle e le ossa sotto i muscoli, per scoprire insomma com’è fatto un organismo vivente. Ci sono tracce basate sulle ‘ritmiche’, take acerbe in cui però Zappa tira fuori assoli stupefacenti, persino una versione a cappella di Willie the Pimp in cui Captain Beefheart fa bella mostra della sua imperturbabile sconcezza.

Nulla di tutto ciò interessa i nuovi fan di Zappa, e potrebbe persino irritare qualcuno di quelli vecchi. Perché, in fondo, la discografia di Frank Zappa una delle più imperscrutabili di tutti i tempi. Ci sono 100 e passa album tra cui scegliere e chi si avvicina per la prima volta alla materia fatica a trovare un buon punto di partenza. Che potrebbe essere l’Hot Rats originale, così come il debutto dei Mothers of Inventions Freak Out oppure Sheik Yerbouti, Apostrophe (’) o decine d’altri dischi. Ma a meno che non abbiate trascorso ore e ore in compagnia del disco originale, questo cofanetto vi sembrerà decisamente eccessivo. Giusto i fan a cui è stata diagnosticato un disturbo ossessivo compulsivo (là fuori ce ne sono, eccome) apprezzeranno la prima take scarna di Son of Mr. Green Genes (che contiene peraltro un gran bell’assolo) oppure la versione lenta di Peaches. A dirla tutta, è roba che può far felice solo un musicista nerd abituato a frequentare le prove delle orchestre sinfoniche.

Anche nelle tracce più bizzarre, Hot Rats è un album fatto per mandarti in estasi. E perciò il suo mood non è perfettamente rappresentato dalla copertina dove Miss Christine del girl group di Zappa, le GTO, cerca di uscire da una piscina vuota. Il disco è decisamente più sereno di quanto non traspaia dalla foto o dalle ore e ore di assoli in cui ci si perde. È più rappresentativo del disco il gioco da tavola Zappaland incluso nel box set, un gioco dell’oca dove un “assolo fighissimo” ti fa avanzare di qualche casella. Il mood dell’album è catturato anche da The Hot Rats Book, un libro di lusso venduto separatamente che contiene le fotografie di Bill Gubbins. Gli scatti mostrano “perché cazzo a qualcuno viene in mente di diventare compositore”, o meglio, mostrano perché Zappa lo voleva, a giudicare dallo sguardo intenso che ha nelle foto. E comunque, è divertente sentire il flusso della musica interrotto da un jingle pubblicitario nel disco numero 6 o due donne raccontano i particolari della storia di Willie il magnaccia, il che significa essenzialmente sentirle urlare “figlio di puttana!”, o ancora ascoltare Zappa che spiega l’origine dell’espressione “hot rats”. Descriveva quel che provava nel sentire un assolo di Archie Shepp.

The Hots Rats Session somiglia ai cofanetti dei Beatles, ma trattandosi di Zappa è deliziosamente bizzarro. Non contiene proprio tutto, tipo il box set degli Stooges 1970: The Complete Fun House Sessions, ma grazie ai dettagli ‘zappeschi’ dà l’impressione di essere completo, nel bene e nel male – c’è ad esempio un inutile remix del 1987 che suona innaturale (lo si può skippare). La star, qui, è la sperimentazione e lo spirito d’avventura di Zappa è ciò che ha reso Hot Rats uno dei suoi primi grandi dischi.

Dopo tanta musica, non capirete perché diavolo Zappa volesse diventare un compositore o fare la musica che ha fare. Ma di sicuro avrete una migliore comprensione dei tanti dettagli che hanno reso Hot Rats un classico.

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