Rolling Stone Italia

‘Gemini Man’, se volete rivedere Will Smith da giovane meglio ‘Il Principe di Bel Air’

Il thriller nonsense con il clone faccia di gomma dell'attore è un downgrade ad alta tecnologia per Ang Lee
1.5 / 5

Se solo Ang Lee riuscisse a superare la sua ossessione per gli espedienti digitali e tornasse al profondo umanesimo di classici come Eat Drink Man Woman, Tempesta di ghiaccio e I segreti di Brokeback Mountain

Sfortunatamente invece ci ha regalato Gemini Man, un film d’azione scadente che qualsiasi videomaker da strapazzo avrebbe potuto dirigere per il produttore Jerry Bruckheimer. L’interesse di Lee è stato presumibilmente suscitato da una tecnologia che avrebbe permesso a Will Smith, 51 anni, di combattere con il suo doppio 23enne attraverso un processo di ringiovanimento digitale. È un bel trucchetto per alcune scene. Poi l’effetto novità svanisce e inizi a notare che il giovane Will sembra fatto di gomma. E tutta la magia del green-screen che serve a trasformare Smith nella versione del periodo del Principe di Bel Air non compensa una trama noiosa, personaggi dolorosamente familiari e dialoghi che non sono affatto divertenti.

La sceneggiatura, scritta da David Benioff, Billy Ray e Darren Lemke, è in fase di sviluppo dagli anni ’90 (e in questi tre decenni è ammuffita ed è stata devastata). Smith interpreta Henry Brogan, un assassino delle forze speciali che è pronto a ritirarsi dopo 72 uccisioni. Henry vuole andare a pescare al largo della costa della Georgia, ma – indovinate un po’ – non gli viene permesso. Il poveraccio non può nemmeno flirtare con una sfacciata dipendente della rimessa per imbarcazioni (Mary Elizabeth Winstead) senza scoprire che lei è l’agente della Defense Intelligence Agency Danny Zakarweski. Henry non ha altra scelta che fuggire di nuovo, questa volta con il suo miglior amico, il pilota Baron (Benedict Wong).

Si scopre che Clay Varris (Clive Owen), un speculatore di biotecnologie che viene dal passato di Henry, lo vuole morto. E l’unico che può uccidere Henry è Junior, un clone ricavato dal DNA del protagonista, ma che ha cresciuto Varris. “È come se fosse il figlio di entrambi”, afferma Clay in una battuta davvero inquietante, uno dei pochi momenti di grande impatto del film. Varris sta lavorando perché Junior diventi il prototipo di un esercito di super soldati senza scrupoli. Ma prima di perdere tempo a trovare un senso a quella premessa assurda, Lee e il direttore della fotografia Dion Beebe cercano di nascondere il nonsense con dei trucchetti visivi, senza riuscirci.

C’è un inseguimento emozionante in moto per le strade di Cartagena, in cui Junior cerca di eliminare il clone di suo padre in un tripudio di metallo fiammeggiante. Un’altra scena, ambientata nelle grotte di Budapest, vede come protagonisti padre e figlio in combattimenti corpo a corpo – c’è un po’ di umorismo nel guardare Smith che incontra il suo io più giovane dalle orecchie a sventola, e l’illuminazione della caverna è abbastanza oscura da mantenere l’illusione. Ma nelle scene di luce diurna subito dopo, l’ottica mostra tutto il lavoro digitale. A quel punto, la sceneggiatura – una sorta di John Wick o Jason Bourne sotto steroidi (per non parlare di Looper, film di Rian Johnson del 2012 molto più inventivo) – è così appesantita nello sviluppo che persino il fascino naturale di Smith non può sollevarla. Nessuno critica Lee per aver cercato di innalzare il livello del filmmaking con l’innovazione digitale. Ma, come impara Junior in laboratorio, un upgrade high-tech non corrisponde sempre a un miglioramento.

Iscriviti