Home Recensioni

Francesco Pacifico, in viaggio coi vetri appannati

Di 'Le donne amate' colpisce soprattutto la “fotografia”, che restituisce paesaggi che paiono immortali. Un uomo li attraversa, pieno di dubbi e di amori da comprendere.

La granulosa luce pomeridiana veniva cancellata dai lunghi neon”. “Le luci dei palazzi che con discontinuità si arrampicavano dall’Appia sui castelli romani”. “A Milano invece l’ora del negroni non era fatta di luce ma di palazzi anni Cinquanta e anni Dieci”. Marcello, protagonista delle Donne amate di Francesco Pacifico, è un ex poeta e ora editor di un’importante casa editrice (uno “scrittore manager”), non tanto scisso e indeciso se abbracciare oppure no il lato oscuro della forza, quanto incapace di trattenere a lungo la luce che desidera, ma disperatamente bravo a saperne distinguere ogni minima variante cromatica.

Le sue donne amate (moglie, sorella, madre, cognata, amante) ampliano lo spettro prismatico, e la luce deflagra verso una consistenza così sfuggente da diventare la forma più radicale di vitalità: “La donna catturata col retino della prosa viene fissata alla carta con uno spillo (…) Il suo volo è stato così leggero che non so come metterlo sotto vetro e conservare quella grazia, o un’impressione di quella grazia”. Quando nei commenti all’uscita del cinema si dice che “la fotografia era bella”, lo prendiamo come un eufemismo per dire che il film non ci è piaciuto. Non so quando sia nato questo codice, né perché ci si ostini a reiterarlo, visto che un vezzo troppo diffuso – che sia ironico o meno – perde ogni qualità endogena, ma per quanto mi riguarda, funziona esattamente al contrario: se amo la fotografia, significa che mi sto godendo tutto il film. Non solo mi sento fuori dal codice, ma ho anche problemi a scindere “la fotografia” dal resto, a prosciugare le immagini da ciò che le ha rese tali, quasi a voler sfilare per dispetto la luminosità di un panorama, mentre siamo intenti a guardarlo.

Le donne amate di Francesco Pacifico ha una bellissima fotografia. Okay, stiamo parlando di un romanzo, per questo aggiungete al piacere una dose extra di disorientamento sinestetico. In un piccolo saggio che mi viene da consigliare a chiunque abbia voglia di scrivere, Seminario sui luoghi comuni, parlando dell’eredità che ci lasciano i classici, Pacifico dice: “Col passare dei decenni i dettagli dell’esperienza cambiano radicalmente, e molti termini e immagini – ‘pastrano’, ‘fiacre’, ‘dote’, ‘corsetto’ – diventano inutilizzabili”. Cosa utilizzare al loro posto? Porsi questa domanda non è un esercizio di stile, ma un’autocoscienza dello stile, “e queste sostituzioni inevitabili non trasformano per intero il paesaggio di un paragrafo, esigendo ritmi e sentimenti diversi?”.

Nelle Donne amate ci sono paesaggi che hanno la capacità di rendere una scena al tempo stesso contemporanea e classica. Per fare un esempio, nell’immagine di un uomo in treno potete ritrovare i viaggi nell’Ottocento russo, i pendolari di Mad Men, o un editor dei giorni d’oggi, compresso nelle tre ore di un Frecciarossa Milano-Roma, incubato dentro un’ansiogena macchina del tempo: “Come avrei sopportato di salire ogni settimana su un treno ad alta velocità, anch’esso avvolto nel vetro, tanto violentemente illuminato all’interno che quando rientravo a Roma la sera certe volte sudavo freddo per l’impressione di viaggiare nel vuoto mentre lo schermo appeso al soffitto avvisava che erano stati raggiunti i trecento chilometri all’ora e fuori dai vetri non si vedeva niente mentre lo scatolone di plastica e lega pieno di uomini e donne e telefoni prendeva velocità, visibile da tutta la campagna del centro Italia. Quell’assurdità di viaggiare per lavoro, senza l’anima”.

I trecento chilometri orari, gli uomini e donne al telefono fanno parte delle sostituzioni inevitabili, che vivificano l’assurdità di viaggiare per lavoro senza l’anima. Per questo è meno scontato di quanto possa apparire che pastrani o corsetti cedano il passo nel libro a scarpe da ginnastica (“costose”, “particolari”, “dalla suola bianca complicata e la tomaia nera in merletto sintetico”, “verde pennarello”, “con i lacci colorati”), o che “le brutte scarpe dei colleghi” mettano in crisi la tenuta e il senso della propria carriera lavorativa. O ancora che due scarpe affini stiano “tra le brutte calzature degli altri come i due innamorati in uno spettacolo di marionette”. La storia dell’ambizione individuale (qui quella di Marcello) – che ha permeato buona parte del romanzo borghese – passa anche per queste cose: per il dolore profondo (talmente profondo da sembrare quasi comico) di una luce sbagliata, o di veder violentata con il passare dei giorni la nostra aspirazione al bello.

Leggi anche