‘Fosse/Verdon’ — la recensione: è lo showbiz, baby | Rolling Stone Italia
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‘Fosse/Verdon’ — la recensione: è lo showbiz, baby

Chapeau a Sam Rockwell e Michelle Williams, strepitosi interpreti della coppia che ha cambiato il musical: il regista e coreografo Bob Fosse e la stella di Broadway Gwen Verdon

Michelle Williams e Sam Rockwell nei panni di Gwen Verdon e Bob Fosse

Nota per chi non è patito di musical: Bob Fosse è il regista e coreografo che ha rivoluzionato il genere dalle fondamenta con Cabaret e All That Jazz. Gwen Verdon è considerata la più grande ballerina di Broadway, vincitrice di quattro Tony Award, gli Oscar del teatro. Ed è anche l’arma segreta di Fosse. Dietro un grande uomo c’è sempre un grande donna? In questo caso è molto più complicato di così. E Fosse/Verdon, la serie (in onda su FoxLife) che ritrae questo indefinibile sodalizio personale e — soprattutto — artistico, centra il punto, a partire dal titolo. Non solo Fosse, come avrebbe potuto suggerire la biografia di Sam Wasson che ha ispirato la serie, ma Fosse/Verdon perché Gwen era molto più che la musa del genio. Era un genio pure lei.

Se serve un’altra conferma di quanto Sam Rockwell sia un attore esagerato (e sì, pure piacione), eccola: il suo Bob Fosse è un artista dall’animo insicuro e tormentato e nello stesso tempo uno stronzo egoriferito, un uomo costretto a inseguire un nuovo sogno, perché quello originale è andato in fumo. “Non volevo fare il regista”, confessa a un certo punto, “Tutto quello che volevo era essere Fred Astaire, ma, a quanto pare, non ero Fred Astaire”. Rockwell riesce a non creare un mostro, ma un uomo problematico, il cui passato (abusi, tendenze suicide e tutto il pacchetto) si intreccia continuamente al presente. (Se Fosse/Verdon ha un problema, almeno per le prime puntate che abbiamo visto, è quello di viaggiare continuamente avanti e indietro nel tempo, su diversi piani che, pur segnalati, a volte creano un po’ troppo caos).

Ma è davanti a Michelle Williams nelle scarpette da ballo di Gwen Verdon che bisogna davvero togliersi il cappello: credibilissima come danzatrice, determinata ma dolce, è l’unica che sappia davvero “parlare la lingua” del regista di Cabaret. Perché in Fosse/Verdon c’è un terzo personaggio, che è quello strano, oscuro e insieme scintillante animale da palcoscenico a cui i due hanno dato vita con l’unione che ha cambiato per sempre il mondo dello spettacolo. Fosse era niente senza Gwen. Anche quando la loro relazione finisce, l’innamoramento artistico e l’attaccamento morboso sono sempre lì, a renderli una cosa sola, con lei che gli salva il culo più e più volte. È questo elevare Gwen Verdon a co-creatrice del successo di Fosse, e che impedisce alla serie di diventare semplicemente la storia di un altro antieroe che maltratta le donne, gli amici e pure se stesso, con ampio contorno di droga e alcool. Potrebbe esserci un Emmy in vista per la Williams, anche se dovrà vedersela con la Patricia Arquette di Escape at Dannemora.

Bravi tutti: applausi, inchini, sipario. Si potrebbe anche finire qui. Ma chi guarderà Fosse/Verdon? Cioè, che tipo di pubblico ha una serie che fondamentalmente racconta il dietro le quinte del mondo del musical e dei suoi demiurghi? I maniaci di Broadway, certo (tra cui noi, ovviamente), e gli appassionati di matrimoni impossibili e relazioni tossiche. L’apertura nella Hollywood del 1969, sul set di Sweet Charity, esordio flop al cinema di Fosse. Ma soprattutto la nascita di Cabaret, che al produttore sembra girato come “una specie di incubo neorealista italiano” mentre Gwen lo rassicura che “la gente vuole qualcosa di vero”. Aneddoti a inquadrare bene la modernità del regista, numeri musicali iconici come Mein Herr, lo sguardo sul dietro le quinte di un mondo dorato ma decadente. In una scena, Fosse cerca delle prostitute in un bordello tedesco, vuole persone reali per fare da pubblico nel club. Una delle donne scartate commenta che “non è giusto”. “Giusto?”, risponde Fosse. “Questo è lo show business”.

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