‘Flee’: nell’epoca in cui siamo tutti vittime, la rivoluzione di chi nasconde il dolore | Rolling Stone Italia
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‘Flee’: nell’epoca in cui siamo tutti vittime, la rivoluzione di chi nasconde il dolore

Il capolavoro del danese Jonas Poher Rasmussen – candidato all’Oscar come miglior film internazionale, film d’animazione e documentario: non era mai successo prima – è una lezione di umanità e pudore

Il protagonista Amin intervistato dal regista Jonas Poher Rasmussen in ‘Flee’

Foto: Europictures

Nell’epoca in cui ogni storia privata è una storia di vittimismo da esibire nei 15 secondi di Insta-celebrità, arriva una storia vera, privatissima, dolorosissima che invece prova quasi a falsificare sé stessa, pur di non fare rumore. È quella, raccontata in Flee (dal 10 marzo finalmente anche in Italia), di un profugo afgano arrivato in Danimarca negli anni ’90. Per anni quella storia non l’ha voluta raccontare; o, appunto, l’ha raccontata alterandola: e non dico di più. Adesso lo fa davanti al regista Jonas Poher Rasmussen in quello che è uno degli oggetti più strani visti negli ultimi anni.

Flee è contemporaneamente candidato agli Oscar di quest’anno come film internazionale, film d’animazione e documentario, cosa mai successa e che documenta (pardon) la natura stramba e sbalorditiva di questo titolo – e anche, forse, la necessità del cinema classicamente inteso di dover per forza cambiare, innovarsi, stupirci, se vuole continuare ad esistere.

Amin – così si fa chiamare il protagonista: la voce è quella vera, ma ancora una volta decide di nascondersi sotto un nome che non è il suo – è nato nella Kabul libera degli anni ’70, è passato dal regime comunista a quello dei mujaheddin, ha perso il padre, è scappato con madre e fratelli prima in Russia, fino ad arrivare, attraverso mille giri e raggiri, a Copenhagen.

Amin è omosessuale, il che non è certo un’aggravante, ma un altro elemento che problematizza il suo cammino: nell’Afghanistan pur libero del tempo, era un dato biografico impensabile. Amin oggi ha un compagno danese, il sogno di una casa in campagna, un gatto che salta sul tavolo quando, la sera, si cucina.

Una vita come tante: è il titolo di un romanzo molto sopravvalutato, ma per questa storia sarebbe assai pertinente. Ed è questo il dato scioccante del film: una storia tragica diventa a little life, o almeno una delle tante vite possibili, senza strilli, senza retorica. Anche se, naturalmente, c’è l’eco di tutti i profughi del mondo, di tutte le fughe, non ultima quella che stiamo osservando adesso scrollando immagini da territori che, guarda caso, fanno sfondo anche a questa storia.

Certo, il pudore con cui si racconta questa vita sta anche nella scelta dell’animazione. Un’animazione sintetica e politica, già vista e usata in altri casi (Valzer con Bashir, ovviamente, ma anche il più recente e più invisibile Ancora un giorno), che ulteriormente nasconde, asciuga, toglie enfasi senza però mai mettere distanza.

Ripeto: nell’era del vittimismo acchiappacuoricini, vedere il protagonista di una tragedia vera dirci “è solo la mia vita, una vita come tante” è il vero atto rivoluzionario, la cosa che rende Flee umanissimo e speciale.

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