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‘Fleabag 2’ – la recensione: il miracolo di Phoebe Waller-Bridge

Ormai è chiaro che l'attrice e sceneggiatrice inglese è una specie di aliena in grado di rendere unica e inimitabile qualunque cosa tocchi

Che Phoebe Waller-Bridge giochi un altro campionato lo sospettavamo fin dalla prima stagione di Fleabag, un colpo di fulmine. Se poi consideriamo Solo: A Star Wars Story, spin-off non proprio riuscito di Guerre Stellari, le menzioni speciali erano solo due: quella per il Lando Calrissian di Donald Glover e per il suo scontroso e amatissimo droide L3-37, impersonato in motion capture e doppiato indovinate da chi? Altro progetto, altro centro: Killing Eve, che l’attrice e sceneggiatrice ha adattato dalla serie di romanzi, segnando con il suo tocco un nuovo capitolo femminile (e femminista) per le spy-story in tv. L’ha capito pure Daniel Craig che Waller-Bridge ha una marcia in più e l’ha voluta per dare una svecchiata alla sceneggiatura di Bond 25.

Con la seconda stagione di Fleabag, è diventato chiarissimo che Phoebe è una specie di aliena in grado, con la sua personalissima voce, di mescolare commedia e tragedia – spesso nella stessa scena – rendendo unica e inimitabile qualunque cosa tocchi. E che ha deciso di portare noi comuni mortali con lei a forza di ammiccamenti alla camera, tratto distintivo della serie.

La prima stagione si chiudeva in maniera perfetta con l’incorreggibile protagonista che trova il modo di convivere con la perdita della sua migliore amica Boo e della madre. Il timore era quindi che Amazon avesse voluto un seguito per sfruttare la popolarità della sua star. Ma a 30 secondi dall’inizio dei nuovi episodi ogni pregiudizio viene sbriciolato nella strepitosa farsa – scritta, girata e interpretata con precisione millimetrica – di una cena di famiglia surreale e allo stesso tempo estremamente realistica, che finisce con dei nasi rotti.

Sono passati 371 giorni, 19 ore e 26 minuti dal finale: il piccolo caffè di Fleabag finalmente ha ingranato e lei ha addirittura smesso di andare a letto con chiunque per “allontanare il vuoto” che le “grida dentro” (parole sue). Non tutto però è cambiato: Fleabag continua a rompere la quarta parete per parlare con noi o anche solo per rivolgerci degli sguardi complici, in una dimostrazione continua della sua impossibilità patologica di non essere divertente e caustica. Ma quando va in terapia e la psicologa le chiede se ha degli amici, lei fa l’occhiolino alla telecamera. Perché i suoi unici amici siamo noi. Esilarante, se non fosse – allo stesso tempo – tristissimo (o forse il contrario).

Anche in questa stagione Fleabag la tocca piano: “Voglio scoparmi un prete”. Lui è il parroco che sta per unire in matrimonio il padre della protagonista e la sua super egocentrica matrigna, si incontrano alla cena-farsa e da lì nessuno dei due riesce più a pensare ad altro. “È una storia d’amore”, ci avverte all’inizio lei. Solo che è molto diversa da quello che ci aspettiamo. Non si tratta di un’ossessione blasfema per un ministro di Dio (che fa già molto Fleabag di per sé), ma semplicemente di una persona sola e dolente che riconosce in un’anima affine la stessa solitudine (e anche lo stesso gene dissacrante). Se la protagonista parla con noi, il prete parla con Dio. Perché sotto alle battute al vetriolo, alle scene di sesso, allo slapstick e allo humor nerissimo, ci sono i sentimenti e, soprattutto, i dolori della giovane Fleabag e delle persone che le stanno intorno. Phoebe Waller-Bridge è capace di divertire anche quando esplora profondamente la sofferenza dei suoi personaggi, mentre li scalpella tratto per tratto e li affida a degli interpreti strepitosi: dalla sempre incredibile Olivia Colman nei panni della matrigna, a Andrew Scott, il Moriarty di Sherlock, in quelli del prete.

Intanto che aspettiamo di capire se Fleabag e The Priest (così viene definito il personaggio nei titoli di coda) si conosceranno anche in senso biblico, il tiro dei monologhi scritti da una donna che ha una comprensione totale delle donne è sempre più alto, più terribilmente acuto, ma ancora una volta con il passo leggero e l’empatia di Fleabag. Weller-Bridge affida a Kristin Scott Thomas, che interpreta una businesswoman in un cameo, questa riflessione: “Le donne sono nate con il dolore dentro. È il nostro destino fisico. I crampi del ciclo, il seno dolorante, il parto. Lo portiamo dentro di noi, per tutta la vita. Gli uomini no, devono cercarlo”. Poi nel confessionale al protagonista urla: “Voglio che qualcuno mi dica come vivere la mia vita, perché fin qui non mi sembra di aver fatto un gran lavoro”, esplicitando la preoccupazione che abdicare momentaneamente alle nostre responsabilità corrisponda in qualche modo al rinunciare ai privilegi a cui ci ha condotto il femminismo. E il discorso sui capelli, che “sono tutto, fanno la differenza tra una buona e una cattiva giornata” sì, “ma cambiare pettinatura non vuol dire cambiare vita”, la apostrofa il parrucchiere.

Ok, Phoebe sei un genio. E Fleabag 2 è una meraviglia, un piccolo miracolo, per stare in tema con lo slang religioso. Se c’è un problema in questa stagione (che è anche l’ultima, sigh!) è che non ne hai mai abbastanza. E lo stesso non si può dire della stragrande maggioranza delle serie tv.

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